creazione dell'umano

Beati gli afflitti

di Simone Morandini

Per imparare uno stile di umanità capace di dar corpo alla cura del Signore per chi piange

«Beati quelli che sono nel pianto»: la seconda è la più ostica delle beatitudini. Come dire benedetta la condizione di chi è nel dolore, e in un dolore fino alle lacrime? Come dire beata una realtà che la Scrittura collega alla sofferenza per la malattia o per la perdita di un figlio, alla desolazione della terra devastata? Così nel libro delle Lamentazioni la «città un tempo ricca di popolo piange amaramente nella notte, le sue lacrime sulle sue guance. Nessuno la consola, fra tutti i suoi amanti» (Lam 1,1-2).

Il pianto è di chi si vede segnato – nella stessa carne, sua o dei suoi cari – da un male che stravolge l’esistenza. Uomini, donne, bambini sperimentano tale realtà e la stessa creazione geme, per la sofferenza che la attraversa (Rom 8,19 ss.). La esprimono intensamente opere come L’urlo di Edvard Munch o la Pietà di Michelangelo, richiamata anche dall’Invito al Convegno ecclesiale di Firenze 2015. In essa scopriamo, anzi, che nella Croce tale sofferenza raggiunge persino la realtà di Dio: il Cristo è «uomo dei dolori che ben conosce il patire» (Is 53,3). Un’esperienza universale, dunque, ma non per questo meno drammatica; ostica appare ancora la beatitudine. Muta, quasi insensata, rimarrebbe se il testo si arrestasse alla prima parte, se non si prolungasse in una motivazione che – in poche parole – conduce il lettore al cuore della Scrittura. Là incontriamo, infatti, un Dio che ascolta il pianto e si lascia commuovere: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze» (Es 3,7). Un Dio che agli esiliati in Babilonia dice parole di speranza: «Consolate, consolate il mio popolo (…). Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta» (Is 40,1-2).

Tale consolazione – questo il nocciolo della beatitudine – è ora donata in Gesù: «Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore, il giorno di vendetta del nostro Dio, per consolare tutti gli af- flitti» (Is 61,1-2). Nel Vangelo di Luca è proprio con tale testo che egli presenterà la propria missione (Lc 4,18-19); è alla sua prassi di cura per tanti corpi feriti che rimanderà i discepoli di Giovanni, che chiedevano se fosse lui l’atteso (Lc 11,3).

Sì, viene il tempo della consolazione: questo il vangelo, gioiosa notizia di beatitudine. «Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: “Ecco il vostro Dio! Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri”» (Is 40,9.11). In Gesù Dio stesso viene, come buon pastore che conosce ognuna delle sue pecore e le custodisce, fi- no a dare la sua vita perché esse possano vivere (Gv 10,14- 15). La stessa Croce si rivela, così, come passaggio che attraversa la morte per dare un futuro nuovo alla vita, secondo la promessa: «Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto» (Is 25,8).

Alla scuola di Gesù

Qui, dunque, ci conduce la seconda beatitudine: alla scuola di Gesù, per imparare la prossimità di Dio alle creature sofferenti, per ascoltare la promessa della creazione nuova, libera dal lutto e dalle lacrime (Ap 21,4). Per imparare a custodire tale speranza anche nei tempi oscuri delle nostre esistenze; a coltivare la vita, al di là delle lacrime, finché torni a germogliare buona; a testimoniare di una beatitudine che non è ostica, ma potentemente vivificante. Per imparare, soprattutto, uno stile di umanità capace di dar corpo – in noi e nelle nostre comunità – alla cura del Signore per chi piange, di rivelare quel volto che solo sa tergere ogni lacrima dai nostri occhi. Uno stile che sappia abitare le lacerazioni della storia con la forza dolce di quello Spirito che diciamo Consolatore.

da Messaggero di Sant’Antonio, marzo 2014

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