creazione dell'umano

Beati i misericordiosi

di Simone Morandini

Dio perdona, soccorre, ama senza limiti. Chi prova misericordia si è fatto plasmare da quell’amore infinito e ora partecipa alla cura di Dio per le sue creature.

Chi legge quello splendido testo che è l’Evangelii Gaudium resta stupito dalla varietà di citazioni che papa Francesco riserva al termine «misericordia», co- sì come dalla loro concentrazione su due soggetti, a prima vista distanti. Da un lato, infatti, esse si riferiscono al Dio compassionevole, dall’altro a colui che esprime la solidarietà al povero, specie tramite la concretezza dell’elemosina.

In realtà tale coppia disegna un arco davvero centrale per le Scritture, che rivelano un volto divino eminentemente caratterizzato dalla misericordia, ricco di tenerezza: un Signore che ascolta il grido delle sue creature sofferenti e se ne lascia commuovere, stendendo il suo braccio per liberarle dall’afflizione (Es 3,7-8); che opera segretamente nel tessuto stesso del reale, come presenza misericordiosa e benedicente. Il tempo pasquale ci ha invitato a rinnovare la memoria del Dio che perdona e soccorre fino a mandare il Figlio a salvare ciò che era perduto; del Dio che per amore assume la condizione uma- na, obbediente fino alla morte di Croce; del Dio che vive come presenza amante nel cuore dei credenti. Questi è Colui che viene sperimentato dalla comunità credente: una realtà di misericordia che costituisce il cuore stesso del suo mistero santo; è il Dio Trinità, relazione vitale che si riverbera in un amore attivo, che crea, salva e crea comunione. Questo lo spazio accogliente in cui si trova ad abitare il credente, che si sa accolto e benedetto, anche quando la sua vita appare segnata dalla contraddizione.

Lo stesso dono ricevuto orienta, d’altra parte, a corrispondere a sua volta a tale realtà con un’esistenza parimenti ricca di amore – quella che il Nuovo Testamento richiama con il duplice comandamento (Mt 2,34-40; Mc 12,8-34; Lc 10,25-28) –. Il Vangelo di Luca ne illustra il significato con la parabola del buon samaritano (Lc 10,30-37), colui che sa ascoltare il gemito muto di uno sconosciuto e prendersene cura, interrompendo il proprio viaggio. Una storia che ha ispirato tanti, che hanno testimoniato della profondità di un tale amore misericordioso fino a lasciar trasformare la loro esistenza, i loro stili di vita e il loro cuore stes- so dalla compassione. La tradizione cristiana d’Oriente cita volentieri Isacco di Ninive, a ricordare che un cuore davvero misericordioso si commuove fino alle lacrime per ogni creatura, «per gli uomini, per gli uccelli, per le bestie, per i demoni e per tutto ciò che esiste…», tanto che per la compassione «si scioglie e non può sopportare di udire o vedere un danno o la più piccola sofferenza della creazione» (Isacco di Ninive, Omelia I, 74, Un’umile speranza, a cura di S. Chialà, Qiqajon 1999).

La concreta pratica dell’elemosina, che porta a condividere i propri beni con chi ha meno, diviene allora un segno espressivo di tale sintonia compassionevole con l’agire divino; diviene un modo di partecipare alla cura di Dio per il povero. Ogni tem- po e ogni modo di vivere la fede hanno espresso tale istanza in forme diverse, talvolta concrete e immediate, talvolta mediate da sistemi più o meno complessi; nessuna di esse, però, sostituisce la concretezza del gesto direttamente indirizzato al povero, colui nel quale si cela il volto stesso del Signore (Mt 25,31-46). L’annuncio che sta al cuore della parola che stiamo commentando dichiara beati coloro che vivono tale condizione: beati, perché la misericordia da loro praticata riempirà la loro stessa esistenza; beati, perché la carità è ciò che resta quando persino sapienza, profezia e conoscenza svaniscono (1Cor 13,8).

Tale concreta attenzione per l’altro, quale espressione della sintonia con un Dio che è lui stesso misericordia, costituisce certo uno dei doni più significativi portati dalla tradizione cristiana alla storia dell’umanità. Lo testimoniano, ad esempio, le «Misericordie», confraternite che ancora oggi praticano un volontariato di grande efficacia e concretezza nel segno della cura. Ritrovare il senso e la profondità di tali pratiche costituisce una sfida grande per la Chiesa in Italia: il cammino verso il Convegno ecclesiale di Firenze 2015 è anche l’occasione per tornare a narrare di un umanesimo della misericordia, radicato nell’umanità di Gesù. Essa rinnova e sostiene pratiche di carità al cuore dell’umanità, collocandole nel solido spazio della beatitudine.

da Messaggero di Sant’Antonio, giugno 2014

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