creazione dell'umano

Beati i miti

di Simone Morandini

La mitezza personificata da Gesù è uno stile nuovo di abitare la Terra e le relazioni, capace di coniugare giustizia e verità con delicatezza e rispetto.

Proseguiamo il nostro percorso attraverso le beatitudini, che ci guidano al Convegno ecclesiale di Firenze 2015 aiutandoci a cogliere la figura di nuova umanità che ci è donata in Gesù Cristo. Davvero il testo di Matteo fa risplendere, come in filigrana, una forma di vita che – realizzata in Lui – ci è offerta perché la facciamo nostra, nell’esistenza personale come in quella delle comunità, in questo tempo, in questa nostra Italia.

Caratteristica del Vangelo di Matteo, la terza beatitudine è rivolta ai miti, cui promette la terra come eredità. Il testo riprende quasi alla lettera la versione greca del Salmo 37, versetto 11, che in ebraico ha, però, il termine anawin, spesso tradotto con poveri. Chiara, dunque, la parentela tra la prima beatitudine e questa che stiamo esaminando, quasi essa esplicitasse sul piano dei comportamenti una dimensione della povertà in spirito.

Nel Nuovo Testamento la parola greca per mitezza viene anche talvolta tradotta con dolcezza, a indicare uno stile di comportamento e di relazione che non aggredisce, ma accoglie e ascolta l’altro. Essa caratterizza, del resto, l’agire dello stesso Gesù, che si presenta come maestro mite e umile di cuore, il cui insegnamento ristora la vita di affaticati e oppressi (Mt 11, 29). Non a caso il Vangelo di Matteo riferirà a Lui il testo di Isaia 42, versetti 1-3: «Ecco il mio servo, che io ho scelto; il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento. Porrò il mio spirito sopra di lui e annuncerà alle nazioni la giustizia. Non contesterà né griderà né si udrà nelle piazze la sua voce. Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta, finché non abbia fatto trionfare la giustizia» (Mt 12,18-20). Davvero l’esistenza di Gesù è tutta una testimonianza alla giustizia, ferma e delicata assieme: parola che non si lascia ridurre al silenzio, ma che mai trapassa in prevaricazione dell’interlocutore. È il contrario dell’arroganza e della protervia: un frutto dello Spirito, secondo la Lettera ai Galati 5,23; una vera e propria forma di vita, che i credenti e la stessa comunità cristiana sono invitati sempre e di nuovo a far propria, come modalità espressiva adeguata al Vangelo che annunciano. La Parola, infatti, non sopporta di essere tradotta in ideologia, in posizione polemica, fosse pure per la più nobile della cause: ciò che esso dice è il farsi storia della dolcezza di Dio, che tutti risana, accoglie e trasforma. Non stupisce, allora, che Paolo accosti il richiamo alla prossimità del Signore veniente all’invito a un comportamento affabile, quasi questo sgorgasse naturalmente da quella: «La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino!» (Fil 4,5). La conoscenza di una vicinanza gioiosa si fa naturalmente stile simpatetico (capace di essere in sintonia profonda, ndr), che non spezza – né con parole né con opere – neppure le realtà più fragili, ma tutte le accompagna a un cammino verso la giustizia, sostenendole in esso.

Certo, la mitezza può sembrare virtù debole, quasi imbelle, inadeguata a uno spazio pubblico che – si dice – esigerebbe una durezza ben maggiore. Ma la beatitudine non è solo esortazione morale: essa è soprattutto invito a uno sguardo più attento, capace di leggere la storia con gli occhi di Dio, cogliendovi dinamiche magari meno evidenti, ma più centrali. Così essa può promettere che la terra – la storia, la vita – non resta appannaggio di chi se la accaparra con la forza o di chi più alza la voce per rivendicarla, ma è donata invece a chi sa vivere la forma (apparentemente minore) della mitezza. Francesco d’Assisi è testimone incisivo di quanto lontana sia la mitezza dalla passività, di quanto profonda sia la sua capacità di incidere e trasformare la storia dell’umanità. La sua fede nel Creatore coglieva, del resto, la terra stessa come il grande dono di Dio per l’umanità, come l’opera pacifica realizzata da una Parola senza violenza. Per questo anche oggi risuona così forte il suo invito a riscoprire uno stile mite di umanità: un modo di abitare la terra delicato nell’impronta che lasciamo sul pianeta, un modo di stare nella città degli uomini e delle donne carico di rispetto e di etica civile.

da Messaggero di Sant’Antonio, aprile 2014

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