creazione dell'umano

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia

di Chiara Giaccardi

La fame e la sete sono situazioni di mancanza, dove l’io, riconoscendo la propria non autosufficienza, chiede. Ma a chi, noi cristiani, dobbiamo chiedere il «vero» cibo e «l’acqua che disseta»?

Per noi quelli che hanno fame e sete sono i poveri, gli ultimi. Fame e sete sono i bisogni primari: e chi non ha nemmeno da soddisfare quelli, che vita può vivere? Ma forse è proprio lì che bisogna guardare, come aveva suggerito papa Francesco durante la sua visita ad Assisi: «Se vogliamo salvarci dal naufragio è necessario seguire la via della povertà».

Certo una via non confortevole, che preferiamo evitare, e disprezziamo persino. Ma, come scriveva il teologo Dietrich Bonhoeffer, «dove gli uomini distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, lì Egli posa il suo sguardo pieno di amore ardente e incomparabile. Dove gli uomini dicono “spregevole”, lì Dio esclama “beato”». Ma che cosa sono la fame e la sete? Acqua e cibo sono condizioni per la vita. Però nel vangelo la vita non è solo sopravvivenza, bensì pienezza. E acqua e cibo sono anche il simbolo di una pienezza che deve arrivare. Sono l’acqua del battesimo, che cancella ciò che ci separa da Dio, o l’acqua delle nozze di Cana, il poco che possiamo mettere a disposizione ma che viene trasformato dalla potenza della grazia. E il cibo è il pane condiviso che si moltiplica, nutrimento di salvezza. «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete» dice Gesù (Gv 4,32). E i discepoli, che non hanno ancora capito che «non di solo pane vive l’uomo» si domandano chi gli ha portato da mangiare. Ma Gesù, con pazienza, spiega loro perché non ha fame, e qual è l’unico cibo che sazia: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato a compiere la sua opera».

La fame e la sete sono l’impulso che ci spinge a cercare ciò che ci consente di vivere davvero. Ma sono anche il sintomo di una mancanza, di un bisogno. Ci rendiamo conto che ci manca qualcosa senza la quale la vita si spegne. Gesù nelle beatitudini ci dice che chi non può vivere senza la giustizia è beato. Chi non si preoccupa solo di se stesso, chi non si rassegna alla disuguaglianza, chi non alimenta con la propria noncuranza quella «globalizzazione dell’indifferenza» di cui ha parlato il Papa a Lampedusa; chi sente la giustizia come un bisogno vitale, per una vita che non sia pura sussistenza. E ci dice anche «saranno saziati». Perché non ci si sazia da soli. La fame e la sete sono situazioni di mancanza, dove l’io riconosce la propria non autosufficienza. E dunque chiede. Ma a chi chiedere? Una bella immagine è quella della Samaritana al pozzo. Gesù, che compie una doppia sortita dal senso comune (si rivolge a una donna, e per di più a una Samaritana: una lezione di libertà dalle gabbie che noi stessi ci costruiamo), chiede alla donna, perché la donna possa chiedere a lui: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». (Gv 4,10). Imparate a chiedere, e vi sarà dato. Non qualcosa che consola, tranquillizza, inganna per un po’ la fame e la sete. Non un idolo che pretende di soddisfare il bisogno, salvo poi lasciare un senso di vuoto ancora più grande. «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,13-14).

Se teniamo vivo il desiderio, e abbiamo il coraggio di chiedere alla vera fonte della vita, non solo non avremo più sete, ma diventeremo a nostra volta sorgenti che potranno dissetare altri. Solo se siamo vivi, e lo siamo perché la vita l’abbiamo ricevuta come un dono, possiamo a nostra volta dare vita.

da Messaggero di Sant’Antonio, maggio 2014

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