creazione dell'umano

Beati voi perseguitati per causa mia

di Adriano Fabris

Questa beatitudine costituisce un prolungamento e un’esplicazione di ciò che Gesù ha detto appena prima. Più precisamente, essa inserisce le affermazioni del discorso della montagna in un concreto ambito di applicazione: quello che è proprio della vita di ciascuno.

Fin qui abbiamo infatti ascoltato molte enunciazioni, per lo più paradossali, e da esse, anche per questo motivo, siamo stati colpiti e coinvolti. Ora ci viene detto che tutto ciò che è stato affermato riguarda ciascuno di noi in prima persona. Si va dai semplici discorsi all’esperienza di vita. Si passa dalla teoria a ciò che sappiamo può capitarci nella pratica: posto che siamo disposti a testimoniare il Vangelo.

Ma che cosa ci può capitare veramente? Che cosa è accaduto a tanti cristiani nella storia? Che cosa sta accadendo oggi, in un’epoca in cui le persecuzioni per motivi religiosi si stanno riproponendo in misura crescente?

In questo passo si parla appunto di persecuzioni, insulti, maldicenze. Il discorso di Gesù si apre al futuro, si fa profetico. Non si allude solo all’eventualità di tali eventi, ma si fa riferimento a quando essi avverranno. La scelta di vita cristiana non è comoda, non è agevole. Va detto subito. Non lo è perché comporta la necessità di andare controcorrente. Di assumere – come dirà san Paolo all’inizio della Prima Lettera ai Corinzi – qualcosa che agli occhi del mondo è follia e segno di sconfitta.

Per questo il mondo, provocato nelle sue convinzioni e aspettative consolidate, reagisce e perseguita chi a esse si oppone. Ma per il cristiano vivere ciò che per la mentalità comune è follia e sconfitta è l’unico modo per fare i conti davvero con il male del mondo. È l’unico modo per prenderlo sul serio, affrontarlo e far sì che esso non abbia l’ultima parola. Per questo il cristiano è beato: perché sa che il male e la morte non hanno l’ultima parola. Ed è beato anche se sa – e lo sa perché lo sperimenta quotidianamente, come Gesù stesso ha annunciato – che affermare questo fatto, e darne testimonianza quotidiana, e combattere in nome del Vangelo i presunti rimedi del mondo, comporta ulteriori sofferenze e incomprensioni. È questo d’altronde il destino di tutti coloro che, come i profeti, dicono la verità, e dicendola senza dissimulare – con parresìa, come ci ha ricordato ancora di recente papa Francesco – sostengono e mettono in opera anche verità scomode.

Ecco dunque che la ben concreta idea di essere umano che è già emersa dalle parole di Gesù e che delinea i contorni di un «nuovo umanesimo» si apre ulteriormente, in maniera concreta, a una dimensione di testimonianza quotidiana: al modo vivo, vitale, di essere ciò che si è scelto di essere. E se da una parte non è possibile nascondersi tutti i rischi che il cristiano deve correre, proprio per la sua necessità di andare in controtendenza rispetto al mondo, dall’altra parte, appunto nel far questo, ciascuno di noi si scopre beato. Perché sa, ripeto, che il male non ha l’ultima parola. E dunque non può averne paura. Con l’ultima beatitudine si passa dalla teoria a ciò che sappiamo potrebbe capitarci nella pratica: posto che siamo pronti a testimoniare il Vangelo.

da Avvenire, 16 maggio 2015

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