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Chiamatemi Francesco. Il papa della gente

di Arianna Prevedello

C’è una meravigliosa somiglianza, quasi una simmetrica relazione, tra quanto soltanto poche settimane fa il Papa ha indicato come priorità alla Chiesa italiana convenuta a Firenze per il 5° Convegno Ecclesiale e la vita di Jorge Maria Bergoglio secondo il regista Daniele Luchetti. Sebbene #ChiamatemiFrancesco nasca molto prima di #Firenze2015, vederlo poco dopo questo appuntamento fondativo risulta una vertigine che qualifica ulteriormente il film nelle sue intenzioni di raccontare il Papa di oggi con il prete argentino di ieri. È uno sguardo a ritroso che guarda lontano, lo stesso con cui Jorge Maria interpretato da Sergio Hernández, guarda i tetti di Roma all’inizio del conclave.  Luchetti cerca in Argentina le ragioni di una speranza odierna di cui si nutre il mondo intero, scova le sillabe che portano al celebre “buonasera” del 13 marzo 2013. Nel tentare di rivelarci da dove nasce il Papa delle periferie esistenziali, ci accompagna a credere che la fede si innesta nell’esperienza della resilienza e della mediazione.

Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Gesù. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. È il misericordiae vultus. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo. Facciamoci inquietare sempre dalla sua domanda: «Voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15). Guardando il suo volto che cosa vediamo?[…] Innanzitutto il volto di un Dio «svuotato», di un Dio che ha assunto la condizione di servo, umiliato e obbediente fino alla morte. Non vedremo nulla della sua pienezza se non accettiamo che Dio si è svuotato. E quindi non capiremo nulla dell’umanesimo cristiano e le nostre parole saranno belle, colte, raffinate, ma non saranno parole di fede. Saranno parole che risuonano a vuoto. (#Firenze2015)

SVUOTARSI PER FAR POSTO A DIO. La sceneggiatura affronta ben presto nell’economia del film un nodo vocazionale che coinvolge laici e consacrati: il rischio di cercare lontano una realizzazione della missione come un’avventura che impreziosisce la vita. Jorge Maria, interpretato da Rodrigo De La Serna, vuole andare in Giappone e lo racconta a tutti; lo ripete con assiduità quasi fosse il vaccino che mette al riparo la vocazione dalle intemperie degli inizi. I suoi superiori lo costringono piuttosto a rimanere nel suo contesto di vita a fare esperienza del “Dio svuotato”. Non gli consentono di cibarsi degli sfarzi emotivi del tentato viaggio in oriente, lo costringono piuttosto a fare i conti col fatto che forse anche lui prega male. È costretto a svuotarsi delle sue certezze e a dare cittadinanza alle ferite della vita del suo popolo che progressivamente scivola nella dittatura. Non c’è più nulla, allora, di ideologicamente raffinato nell’esperienza religiosa di Bergoglio che presto come Provinciale dei gesuiti s’interroga sulla strada da prendere giorno per giorno in bilico tra rivoluzione e mantenimento. La fede diventa «la calda forza interiore che ci rende capaci di vivere e di prendere decisioni» e l’umiltà di affrontare la vita senza pretese e senza l’arroganza di avere la verità.

Un altro sentimento di Gesù che dà forma all’umanesimo cristiano è il disinteresse. «Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri» (Fil 2,4), chiede ancora san Paolo. Dunque, più che il disinteresse, dobbiamo cercare la felicità di chi ci sta accanto. L’umanità del cristiano è sempre in uscita. Non è narcisistica, autoreferenziale. Quando il nostro cuore è ricco ed è tanto soddisfatto di sé stesso, allora non ha più posto per Dio. (#Firenze2015)

LA FELICITÀ DEGLI ALTRI. «Siamo fatti di amore,  di affetto, della gratitudine di essere stati amati. Siamo fatti di illusioni»: sono le parole che l’amica Esther rivolge al giovane Jorge che sta meditando di consacrarsi a Dio. È una donna adulta che rimarrà una figura fondamentale della sua storia di uomo finché non rimarrà vittima anche lei di un regime che si macchia di reati gravissimi. Esther ricorda a Jorge che la persona è costituita anche dall’amore degli altri e che il destino dell’uomo è di fare i conti con questa preziosa ambiguità dell’essere umano.  Luchetti ci mette sulle orme di un prete che si sente scovato da Dio ma che rimarrà sempre aggrappato alla tensione di amare l’altro, di renderlo felice. Jorge non rifiuta mai le richieste di aiuto che lo porteranno a smantellare l’idea di un collegio roccaforte per diventare un crocevia di salvezza. All’occorrenza il seminario assume le sembianze della felicità dell’uomo semplice che non ha deciso di consacrarsi a Dio, la casa che si contamina delle vicende terrene ospitando viandanti, uomini e donne, perseguitati. È un luogo in uscita che spalanca le  porte alla misericordia per gli uomini che hanno altre storie, alla tenerezza della compassione di chi è senza un riparo, alla sfida dell’empatia per il destino degli altri. Lì trovano rifugio una mamma con i suoi bambini esonerata dal regime dalla magistratura, giovani in pericolo e ribelli che non accettano il sistema corrotto.

Il nostro dovere è lavorare per rendere questo mondo un posto migliore e lottare. La nostra fede è rivoluzionaria per un impulso che viene dallo Spirito Santo. Dobbiamo seguire questo impulso per uscire da noi stessi, per essere uomini secondo il Vangelo di Gesù. Qualsiasi vita si decide sulla capacità di donarsi. È lì che trascende sé stessa, che arriva ad essere feconda.  (#Firenze2015)

LA RIVOLUZIONE DELLA FEDE. #ChiamatemiFrancesco rivela quanto acquisire questo dovere di vita cristiana non sia stata un’esperienza indolore per Papa Francesco tanto meno immediata. È una missione che ha imparato a scoprire nel tempo da altri confratelli che non hanno trattenuto per sé la vita anche perdendola. È una vocazione al dono che è cresciuta anche celebrando le esequie di preti che non hanno lasciato la trincea accettando il rischio del Vangelo. Luchetti recupera in particolare le vicende dell’argentino Carlos de Dios Murias e del francese Gabrielle Longueville, rapiti il 18 luglio 1976 nella parrocchia di El Salvador d’El Chamical, nella diocesi di La Rioja, nel nordovest dell’Argentina. Fondamentale è la testimonianza anche di monsignor Enrique Angelelli, vescovo di La Rioja (figlio di immigrati italiani), ucciso in un premeditato incidente stradale il 4 agosto 1976. Bergoglio ha conosciuto l’assassinio di suoi confratelli per ordine della dittatura militare e ha versato le lacrime di dolore e smarrimento di fronte a questi accadimenti. Senza violare troppo questi momenti strazianti e intimi del futuro Papa, il regista ci mostra anche un uomo fragile che si lascia interrogare dal male, che ne sente tutto il dramma ma senza mai perdere il coraggio di segnalare che in quei confratelli c’era un vero «dialogo d’amore e di grazia con il popolo». Bergoglio sa riconoscere «la poesia fatta di atti d’amore per il popolo» e chiede a se stesso e agli altri fedeli di non tradire questa istanza di bene che trova piena coerenza nella vita di Cristo. Il gesuita che ha ormai dimenticato il Giappone per la sua Argentina segnata dal martirio, rimane segnato dalle lotte per la giustizia sociale di questi preti. Il Vangelo autentico ed inedito, assieme alla preghiera, lo apprende accanto a religiosi e laici che non si lasciano intimidire sperimentando anche il tradimento che può avvenire anche in seno alla Chiesa. Se oggi il Papa raccomanda alla Chiesa italiana «l’inclusione sociale dei poveri, che hanno un posto privilegiato nel popolo di Dio, e la capacità di incontro e di dialogo per favorire l’amicizia sociale nel vostro Paese, cercando il bene comune», non lo fa perché lo dice la dottrina cattolica ma perché ha bevuto il sangue di preti in Cristo, ha celebrato l’Eucarestia della vita che si fa dono.

Vi raccomando anche, in maniera speciale, la capacità di dialogo e di incontro. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria “fetta” della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene comune per tutti. Discutere insieme, pensare alle soluzioni migliori per tutti. Molte volte l’incontro si trova coinvolto nel conflitto. Nel dialogo si dà il conflitto: è logico e prevedibile che sia così. E non dobbiamo temerlo né ignorarlo ma accettarlo. «Accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo».  (#Firenze2015)

IL GOVERNO DEL POTERE. Un po’ alla volta il giovane che viveva di innamoramenti (delle donne, di Dio, della vocazione) diventa un uomo maturato dalle situazioni più difformi che gli capitano addosso: dalla ferocia della dittatura all’amicizia con il popolo e le persone che non vivono al di fuori delle “norme” cattoliche. Nessuno steccato lo separa da tutte queste situazioni che erodono la sua iniziale, forse presuntuosa, vocazione. È costretto a sporcarsi di ciascuno di loro, a mangiare alla loro tavola alla ricerca del bene di tutti e soprattutto dei più deboli. Dalla storia del suo paese Papa Francesco non ha imparato lo schieramento, la corrente, il collocamento. Come il film ben testimonia, Bergoglio viene dall’istanza della mediazione che impara “a stare con” e non “a stare per”. L’interpretazione di Sergio Hernández è segnata dalle rughe del tempo che raccontano il passaggio dall’idolo della negoziazione alla profezia della mediazione. Bergoglio si rivela un uomo che conosce il potere e che cerca di renderlo fecondo: lo governa a servizio di una «una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze». Queste ultime parole granitiche odierne vengono da molto lontano, sono imperativi che dopo #Chiamatemi Francesco hanno un sapore tutto argentino che il film lascia sulle labbra con quel montaggio alternato finale dei volti periferici che condizionano i volti dei cardinali del conclave.

A cura di Arianna Prevedello
Vice presidente nazionale ACEC

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