segni dell'umano

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La centralità della famiglia

a cura dalla Commissione Nazionale Valutazione Film | Fondazione Ente dello Spettacolo

Famiglia testimone del Vangelo
«La famiglia più bella, protagonista e non problema, è quella che sa comunicare, partendo dalla testimonianza, la bellezza e la ricchezza del rapporto tra uomo e donna, e di quello tra genitori e figli». Sono le parole di papa Francesco sulla famiglia nel Messaggio per la XLIX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (23 gennaio 2015). Nei giorni del Sinodo, costante è il pensiero e la preghiera del Santo Padre nei confronti della famiglia, al centro della vita della Chiesa e della società tutta, prima e primaria agenzia educativa della società. Famiglia al centro anche della riflessione sul Nuovo umanesimo al Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze 2015.

C’è tanta famiglia sul grande schermo, con attenzione alla figura paterna
Molte le declinazioni cinematografiche sulla famiglia nella lunga storia del cinema (Cfr. D.E. Viganò,Cari maestri. Da Susanne Bier a Gianni Amelio i registi si interrogano sull’importanza dell’educazione, Cittadella Editrice, Assisi 2011). La famiglia è stata ritratta da diverse angolature, mettendo in mostra aspetti edificanti ma anche risvolti problematici. Tema ricorrente negli ultimi anni è la figura paterna, l’importanza della sua presenza nelle dinamiche relazionali della famiglia, nel rapporto con i figli. Ricordiamo nel 2015 Io, Arlecchino di Matteo Bini e Giorgio Pasotti e Padri e figlie (Fathers and Daughters) di Gabriele Muccino. Recenti anche Mio papà (2014) di Giulio Base, Father and Son(Soshite chichi ni naru, 2013) di Kore-Eda Hirokazu, In un mondo migliore (Hævnen, 2010) di Susanne Bier, Scialla! (2011) di Francesco Bruni,Il ragazzo con la bicicletta (Le gamin au vélo, 2011) di Jean-Pierre e Luc Dardenne e American Life (Away We Go, 2009) di Sam Mendes. Si tratta spesso di storie dove il padre è assente o in cerca di un ruolo nell’orizzonte della crescita del figlio. Come ricorda sempre papa Francesco: «a volte sembra che i papà non sappiano bene quale posto occupare in famiglia e come educare i figli. E allora, nel dubbio, si astengono, si ritirano e trascurano le loro responsabilità, magari rifugiandosi in un improbabile rapporto “alla pari” con i figli. È vero che tu devi essere “compagno” di tuo figlio, ma senza dimenticare che tu sei il padre! Se tu ti comporti soltanto come un compagno alla pari del figlio, questo non farà bene al ragazzo» (Francesco, Udienza generale, La famiglia – 3. Padre, 28 gennaio 2015).

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Father and Son e Io, Arlecchino
Sul rapporto padri-figli due opere offrono uno sguardo problematico ma anche denso di speranza: Io, Arlecchino (2015) di Matteo Bini e Giorgio Pasotti, presentato al 9. Festival Internazionale del Film di Roma, e il giapponese Father and Son (Soshite chichi ni naru, 2013) di Kore-Eda Hirokazu, vincitore del Premio della Giuria al 66. Festival di Cannes (2013).

Io, Arlecchino ha una trama semplice e lineare. Paolo (Giorgio Pasotti) è un conduttore televisivo di successo, immerso nel mondo dei talk show e degli ascolti televisivi, in una vita frenetica e centrata sul lavoro. Il suo mondo vacilla quando viene a sapere che suo padre Giovanni (Roberto Herlitzka), noto attore di teatro con cui il protagonista non ha più rapporti, è malato, alle prese con un male che lascia ben poche speranze. Paolo si trasferisce in provincia di Bergamo e tenta di rimanere vicino a suo padre, prendendo le redini della sua compagnia teatrale pronta a mettere in scena l’Arlecchino. Il dialogo non è facile, spesso si consuma in maniera brusca o scontrosa. Entrambi riscoprono però il senso di un affetto primario, fondamentale; riscoprono il senso di famiglia e si avviano verso un percorso di riconciliazione.

Ben altro è lo scenario messo in campo dal regista giapponese Kore-Eda Hirokazu. La storia è stata affrontata in diverse occasioni sullo schermo, ovvero lo scambio di figli alla nascita. In Father and Son il regista propone però uno approccio interessante e poetico. La storia: Ryota (Masaharu Fukuyama) e sua moglie Midori (Machiko Ono) hanno un bambino di sei anni, Keita, che educano con amore ma anche con ferma disciplina (soprattutto il padre, che si rivela asciutto negli atteggiamenti e distaccato). Sono una famiglia benestante, borghese, con molte aspettative nei confronti del figlio. Un giorno ricevono una telefonata dall’ospedale dove il piccolo è nato e scoprono che purtroppo sono vittime di uno scambio di culle. Vengono così convocati con l’altra famiglia coinvolta nell’incidente, per decidere sul destino dei bambini, sul loro destino familiare. È l’inizio di un sofferto percorso per entrambe le famiglie, segnate da paura e smarrimento, in cerca di una soluzione. Il film non si focalizza solo sul dilemma etico, bensì allarga la riflessione sul ruolo dei genitori, soprattutto sul ruolo educativo del padre e la sua presenza nella vita del figlio. Father and Son propone però anche un orizzonte di speranza, la possibilità di riscoprire il senso dell’affetto familiare, la relazione padre-figlio.

Entrambe le pellicole, dunque, offrono sì un quadro complesso, dove i legami familiari sembrano schiacciati da difficoltà o induriti da silenzi, dall’assenza di tenerezza e di comunicazione, ma entrambe le opere, seppur con stile e modalità narrative differenti, regalano prospettive di riscatto e di riconciliazione.

La sequenza del film
La sequenza scelta è quella del film Father and Son. Tutto il film ruota attorno al confronto tra le due famiglie vittime dello scambio di neonati, in particolare sul diverso modo di vivere la relazione padre-figlio: da un lato la famiglia benestante, dove troviamo un padre molto esigente e quasi anaffettivo nei confronti del figlio, preoccupato che sia felice eccellendo nella vita, dall’altro un padre più semplice, di modeste condizioni di vita, capace però di saper giocare e trascorrere del tempo con tenerezza con il proprio figlio. La difficile situazione metterà tutti alla prova, grandi e piccoli, ma sarà capace anche di restituire una nuova serenità familiare, una ritrovata unione.

Ryota, Midori e il figlio Keita si trovano a casa dell’altra famiglia per prendere una decisione, se scambiare o meno i figli

Altra madre: Non possiamo semplicemente continuare così? Fare finta che non sia mai successo?

Ryota: La verità è che Keita vi assomiglierà di più ogni giorno che passa… e Ryusei dal canto suo somiglierà sempre di più a noi. Puoi davvero voler bene come prima a un bambino che non ha il tuo sangue?

Altra madre: Sì che posso, certo! E chi se ne frega se non somiglia a nessuno. La fai tanto lunga con questa storia del sangue, solo perché non sei capace di creare un vero legame con tuo figlio.


PER APPROFONDIRE

Io, Arlecchino
Commissione Nazionale Valutazione Film CEI – Cnvf.it: “Gli argomenti sono semplici ma per niente facili da articolare sotto il profilo narrativo. Si parla delle insidie del successo, delle lusinghe dello star system televisivo, della presenza/assenza del padre come monito a non dimenticare, anzi a lavorare per non far perdere il ricordo di un patrimonio collettivo di cultura, saggezza, dedizione professionale. Il racconto si dipana con misura e grazia, attento a evitare le insidie di qualche scivolata retorica. Girato in esterni nelle valli bergamasche con immagini di bel nitore cromatico, il film ha momenti di suggestiva emozione e di vivido realismo tra cronaca e poesia. Dal punto di vista pastorale, è da valutare come consigliabile problematico e adatto per dibattiti” (www.cnvf.it).

Father and Son
Rivista del Cinematografo – Cinematografo.it: “Il soggetto non è nuovo, anzi: I figli della mezzanotte di Salman Rushdie (…) Le fils de l’autre di Lorraine Levy (…) ma Kore-eda può non curarsene, perché ha dalla sua la forza dell’emotività senza ricatti, l’empatia senza nazionalità, la bontà senza buonismo. Girato con stile, ma senza ostentazione, attaccato con leggerezza ai moti d’animo, i gesti del quotidiano, i detti e non detti del cuore e della mente, Father and Son non procede mai per schematismi e sterili contrapposizioni, giocando il “conflitto” tra ricchi e poveri, lavoro e famiglia (l’altra) con quell’ironia e levità che toglie qualsiasi calcificazione manichea. Si ride, le battute e gli intermezzi comici non mancano, ma si va inesorabilmente verso la Scelta: di due uno, quale figlio tenere? (…) La colpevole c’è, un’infermiera, ma lo scambio fa affiorare sensi di colpa, di appartenenza, di paternità delegata e relegata: che fare? (…) il film scivola fluido ed empatico tra due termini che in inglese sono significativamente, drammaticamente simili: nature e nurture, da una parte l’affinità biologica, lo stesso sangue, dall’altra, il figlio che hai tirato su, educato, allevato. Quale Scelta? Kore-eda, anche sceneggiatore, sceglie. Soprattutto, ha scelto di farci un regalo: Father and Son è un grande film”. (F. Pontiggia, Father and Son. Lo scambio di figli del regista giapponese Kore-eda Hirokazu commuove e conquista: da vedere, in Rivista del Cinematografo – Cinematografo.it, 2 aprile 2014).

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