rassegna stampa

I verbi che nella carne bisogna coniugare

di Antonio Staglianò

A Natale si può. Cosa? La canzonetta dice: «A Natale a Natale si può dare di più». Il motivetto è bello e si ripete per tre volte. Viene voglia di cantillare. E anche questa fa parte di quell’estetizzazione del cristianesimo che – come eterogenesi dei fini – giunge spesso ad anestetizzare la fede cristiana, rendendola solo una ‘espressione religiosa bella’. Come i tanti presepi che visiteremo e, prima ancora, produrremo, nelle nostre comunità parrocchiali e in ogni dove. Il presepe è ‘bello da vedere’, specie quando nell’opera artistica riesce esteticamente a camuffare la realtà più brutta che esista al mondo: l’esclusione, la solitudine, la messa al bando, lo scarto. Agli occhi della vera fede, quel piccolo di Betlemme assomiglia molto ai tanti bambini profughi che giungono sulle nostre coste. Per qualche motivo non è accolto al caldo di affetti politici e civili e parentali che avrebbero dovuto costituire l’ambiente ideale per cominciare a crescere umanamente bene. Per qualche motivo deve scappare, nascondersi, senza cittadinanza, senza casa, senza riconoscimento. Anzi, nella paura di qualcuno che ti vuole respingere o, almeno a parole, addirittura uccidere. Non è ancora nato e Gesù è già una presenza scomoda, da eliminare. Si sa, Gesù verrà certo eliminato. Messo a morte sulla croce. Quella grotta di Betlemme è uno specchio dell’amore vero, che spinge il dono della vita fino a morire. Nel frattempo però, anche l’inequivocabile bruttura della morte in croce, viene attratta nel processo di anestesia del cristianesimo attraverso l’estetizzazione del crocifisso: croci e crocifissi d’oro, d’argento, comunque ‘belli’, opere d’arte, gioielli, design per le mode dei vestiti. È vero, anche il crocifisso deve ‘scappare’. Per qualche motivo non lo vogliono più nelle scuole e nei luoghi pubblici. Gli restano sempre le Chiese. Tuttavia, anche da lì c’è un pericolo: essere mascherato dall’imborghesimento religioso di un cattolicesimo che dimentica di ‘coniugare i suoi verbi’, di dar loro carne nella vita quotidiana e ordinaria della gente. L’evento del Natale è chiaro: «Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi».

L’Incarnazione dice il venire di Dio e lo stare di Dio tra noi. Presenza non accomodante quella di Dio, dunque scomoda. E però umanizzante.

Se ci scomoda, lo fa da condizioni di alienazione umana, da situazioni di barbarie, da esperienze di manipolazione. Esige di coniugare il verbo ‘uscire‘ (per stare ad alcuni verbi ormai noti, dopo il convegno ecclesiale di Firenze) attraverso un processo di conversione del cuore, della mente, della volontà (anche della sensualità e della sessualità) che non può più lasciare spazio all’egoismo, all’introversione, all’individualismo autistico, all’anarchia egotica. Chiede di coniugare il verbo ‘annunciare‘ in gesti eucaristici che hanno il gusto dell’amore vero, perché le parole senza fatti d’amore diventano immediatamente chiacchiere vane. Pretende di coniugare il verbo ‘abitare‘ nelle forme concrete dell’andare al pascolo – compromettendosi e sporcandosi per le strade degli umani –, più che del restare nel recinto soffrendo di anemia. Invoca di coniugare il verbo ‘educare‘, ponendo davanti ai giovani il modello del maestro di Nazareth che non sapeva dove posare il capo per essere testimone della verità di un Dio-padre di tutti e ricco di misericordia. Fatto questo, il verbo ‘trasfigurare‘ lo coniuga Lui personalmente in noi. Promette, infatti, che splenderà la verità dell’essere umano in tutta bellezza. Si manifesterà, nell’uomo, il divino che lo abita, quell’incommensurabile grandezza dell’umano, per la quale egli è «poco meno di un dio» (Sal 8). A Natale si può. Cosa? Dare di più? O non piuttosto mostrare – nel dare, nel condividere, nell’accogliere – la bellezza divina di cui siamo abitati. Non sarà Natale proprio per questo: per manifestare quanto è grande l’uomo che vive dell’amore di Dio, nel trasmetterlo ai fratelli? Abbiamo sempre saputo che in Gesù, a Natale, possiamo contemplare la bellezza di Dio. Dobbiamo cominciare a sapere che a Natale, Gesù chiede di riconoscere la bellezza dell’umano dell’uomo.

Antonio Staglianò
mons. Vescovo di Noto

da Avvenire, 10 dicembre 2015

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