rassegna stampa

L’inclusione creative che sconfigge le miserie

di Flavio Felice

È importante tornare a riflettere sul discorso di papa Francesco ai partecipanti al quinto Convegno ecclesiale nazionale, tra i più belli da quando è salito al Soglio di Pietro. ‘Roba forte’, capace di far vibrare corde profonde e, come Avvenire subito ha sottolineato, di mobilitare le energie preziose del cattolicesimo italiano.

Proprio da qui è bene partire.

In primo luogo, Francesco sottolinea la peculiarità, tra i tanti, dell’umanesimo cristiano, in quanto caratterizzato da una precisa prospettiva antropologica: l’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio. L’imago Dei è quella dell’EcceHomo, rappresentato nel Giudizio Universale nella cupola della cattedrale di Firenze, dove si mostra la trasformazione del Cristo giudicato da Pilato, nel Cristo ‘assiso’ sul trono del giudice. Francesco sottolinea come Gesù non assuma i simboli del giudizio, quanto piuttosto quelli della passione, a imprimere, anche nella carne, il particolare senso della sua regalità; è l’idea stessa del potere, che si manifesta nell’immagine, già evocata dal Papa in un suo recente discorso, della «piramide rovesciata» e si ricollega all’omelia pronunciata in occasione della messa inaugurale del suo pontificato: «Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce». Qui il potere sovrano è esercitato avendo come riferimento il volto di Gesù: Misericordiae vultus,contemplando il mistero della Croce, cifra più elevata della nostra umanità vissuta nell’imitazione di Cristo; un’umanità ferita, persino svuotata dell’umano, che ritrova se stessa nel volto dell’Uomo sulla Croce. Ecco, dunque, qual è il nostro umanesimo, è Gesù stesso che continua ad interpellarci: «Voi, chi dite che io sia?».

In che modo questo umanesimo può allora diventare forza rivoluzionaria nella storia? Attraverso l’interiorizzazione di alcuni sentimenti: umiltà, disinteresse,beatitudine. Sono tutti accomunati da un filo rosso: la ‘povertà di spirito’, che il cristiano sposa e francescanamente elegge a propria sorella, e che in altre parole rimandano alla condizione antropologica di contingenza e di creaturalità, il nostro limite naturale, un argine nei confronti della pretesa costruttivista di qualsiasi ‘perfettismo sociale’.

Questa povertà è in primis una predisposizione morale. È l’abito culturale di chi non cede alla tentazione di innalzare il denaro, la carriera, il lusso a idoli cui immolare la dignità propria e altrui. Si concretizza nell’assunzione di responsabilità e si manifesta nel fissare una soglia morale, oltre la quale non si è disposti a spingersi. È la pubblica dichiarazione di non accettare le proposizioni ‘ad ogni costo’ e ‘a qualsiasi prezzo’.

Le tentazioni del pelagianesimo e dello gnosticismo, che rischiano di compromettere questo movimento di conversione, possono assumere la forma pratica del conservatorismo, del fondamentalismo, del progressismo costruttivista, ma anche di un certo intimismo soggettivista, tutto ripiegato nell’immanente e che giunge di fatto a negare il mistero dell’incarnazione.

Il Papa in conclusione ci chiama a resistere alle tentazioni e a rendere concrete le disposizioni morali, favorendo in qualsiasi modo l’inclusione. La miseria da combattere è, infatti, quella che crea dipendenza e sudditanza dagli altri e dalle istituzioni stesse, fino a mortificare ogni «soggettività creativa» e ogni spirito d’iniziativa. Di qui quella malsana attitudine alla delega che in politica come in qualunque altra attività ha avvelenato il discorso civile nel nostro Paese.

Siamo tutti esposti a questa perniciosa dipendenza quando non abbiamo un lavoro e non possiamo contare su un tetto, quando non siamo nelle condizioni di garantire per noi e per i nostri cari un presente e un futuro dignitosi. La miseria che papa Francesco invita a combattere anche con uno stile di vita povero e generoso, cioè sobrio e generativo, è allora il nemico mortale della nozione più avanzata e inclusiva di sovranità popolare e l’anticamera di una sudditanza alla ‘logica del mondo’ che ci allontana da Dio.

da Avvenire, 21 novembre 2015

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