rassegna stampa

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«Abitare» la sofferenza con carità e competenza 

di Paolo Viana

Galantino ad Assisi: nel mondo sanitario si assiste a una profonda crisi antropologica. Dall’indifferenza verso le famiglie con un malato in casa, alle vittime del gioco d’azzardo, dalle ciniche accuse ai migranti di portare malattie, al gap che nell’accesso alle cure divide Sud e Nord. Dal segretario generale della Cei la denuncia della cultura dello scarto e la richiesta di un cambio di passo nella pastorale sanitaria

«Nessuna parola può essere credibile se non sappiamo abitare i luoghi della sofferenza con carità e competenza». Primo giorno al convegno nazionale di pastorale della salute in corso a Santa Maria degli Angeli sul tema: ‘Con lo sguardo di Cristo nel mondo della sofferenza. Cinque vie per una comunità degli uomini più giusta e fraterna’. Insiste sulla terza via monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei. Terza delle cinque vie – uscire, annunciare, abitare, educare e trasfigurare – che la Traccia per il cammino verso il 5° Convegno ecclesiale nazionale addita alla Chiesa italiana per arrivare alla conversione pastorale «che non lascia le cose come stanno», invocata da papa Francesco. Per percorrerle bisogna cambiare passo, sottolinea il presule, anche nella pastorale della salute. E nel mondo sanitario italiano, ancora così insensibile, torna a dire Galantino, verso «la sofferenza vissuta nella solitudine di uomini e donne vittime dell’egoismo fino a diventare scarto, in particolare degli anziani non autosufficienti o affetti da malattie neurovegetative» e verso la «politica familiare, ancora insufficiente soprattutto per le famiglie che accudiscono in casa i malati».

Annuiscono, in sala, monsignor Benedetto Tuzia, vescovo di Orvieto-Todi e delegato della Commissione episcopale per il servizio della carità e della salute, il vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino Domenico Sorrentino, il vescovo di Vittorio Veneto Corrado Pizziolo, delegato della Conferenza episcopale del Triveneto, e il direttore della Caritas, monsignor Francesco Soddu, insieme ai 300 delegati. Più tardi interverrà Walter Ricciardi, commissario dell’Istituto Superiore di Sanità. Il segretario generale della Cei insiste: «800.000 casi di persone affette da gioco d’azzardo patologico significano 800.000 famiglie in grande difficoltà». Un pensiero al suo Sud, dove «curarsi è molto più difficile ». Uno ai migranti, accusati di portare le malattie «da chi ama parlare solo alla pancia in maniera che dire scorretta e dire poco», e che evidenziano, invece, «un aumento della sofferenza psichica causata dai forti traumi vissuti». Al centro della riflessione del presule emerge tutta la «profonda crisi antropologica » che riduce l’uomo a bene di consumo: «questa crisi interessa particolarmente il mondo sanitario» denuncia, presagendo «una deriva capace di creare moderne rupi tarpee»; in pratica, un antiumanesimo corre su strade opposte a quelle di Firenze e Galantino chiede aiuto alla pastorale della salute: «Aiutate il convegno di Firenze a non perdere contatto con il corpo sofferente di Cristo» – ma detta anche una rotta nuova, che muove da una conversione personale «l’evangelizzazione non è primariamente questione di strategie, ma opera dello Spirito Santo» – e punta a un «discernimento comunitario» che permetta, come chiede il Papa, di «non fermarsi sul piano – pur nobile – delle idee».

Tutto ciò implica delle declinazioni ‘domestiche’ impegnative. Sugli investimenti: «I presidi sanitari, anche di ispirazione cristiana, sono concentrati in zone economicamente più agiate », sulle motivazioni: «Le nostre istituzioni sono nate per rispondere alla domanda di salute soprattutto dei più poveri» e sul management: «I problemi delle strutture ci sono ma attenti a non esaurire le nostre energie solo nelle strutture, perché finiranno sempre peggio se saranno abitate da gente senza passione per Gesù«. Anche sui cappellani: «si deve fare un salto di qualità» attraverso la formazione, perché l’annuncio del Vangelo in corsia non può fermarsi alla dimensione sacramentale così come la pastorale nel suo complesso, ricorda Galantino, «è condizionata a una forma e a uno stile testimoniali: non è più il tempo di chi parla per parlare».

da Avvenire, 9 giugno 2015

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