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Annunciare: al centro sta il cuore

di Luigi Galli

La gente ha bisogno di parole e gesti che, partendo da noi, indirizzino lo sguardo e i desideri a Dio. La fede genera una testimonianza annunciata non meno di una testimonianza vissuta. Con il suo personale tratto papa Francesco mostra la forza e l’agilità di questa forma e di questo stile testimoniali: quante immagini e metafore provenienti dal Vangelo egli riesce a comunicare, soddisfacendo la ricerca di senso, accendendo la riflessione e l’autocritica che apre alla conversione, animando una denuncia che non produce violenza ma permette di comprendere la verità delle cose.

Con queste parole la ‘Traccia’ del Convegno indica il compito dell’annuncio. Per una realtà come l’Università Cattolica cosa può significare un invito del genere?

Almeno tre cose:

  1. L’Università come luogo della sapienza. L’Università vive di parole. Qualsiasi metodo didattico anche il più tecnologicamente avanzato altro non veicola che parole. Ma in Università le parole non sono (o non dovrebbero essere) ‘nuvolette’, bensì ‘parole pesanti’, perché frutto di ricerca faticosa, di uso leale della ragione, offerta di competenze senza interessi personali. Solo in questo modo è possibile che le ‘parole’ diventino ‘sapere’ e il ‘sapere’ entrando in contato con la libertà diventi ‘sapienza’.  La domanda diventa: quali sono le ‘parole sapienti’ che, nell’oggi della cultura ‘alta’ e nella trasmissione educativa, la nostra Università è in grado di offrire? La ‘sapienza’ della Cattolica tiene in sé sia il sapore dell’intelligenza che quello della fede; questo sapore è particolare ed è questo ‘sapere’ che annuncia il Vangelo prima di tutto agli studenti e poi alla società e alla Chiesa. Non c’è (o non dovrebbe esserci) una separatezza di compiti tra la funzione docente e la funzione ‘pastorale’ dell’Università. Come ‘soggetto ecclesiale’ tutta l’azione dell’Università è pastorale, cioè evangelizzatrice. In questo quadro le ‘parole’ della Cattolica mi pare che siano (o dovrebbero essere) almeno tre: la gioia della verità, la speranza di un pensiero forte e non liquefatto, il coraggio di costruire impianti innovativi soprattutto nel campo dell’economia, della giustizia e dell’educazione. La gioia della verità nasce dalla sorpresa di incrociare il volto di Gesù ogni volta che si cerca con lealtà una qualsiasi verità che la ragione riesce a rintracciare nei meandri della vita e della mente umana e nel mondo delle cose. La speranza deriva dal testimoniare ai giovani studenti che la vita è ‘forte’, che è ‘saporita’ e che va vissuta con slancio non cedendo mai ai facili scoraggiamenti. Lo stile di chi incontra la Verità è quello di chi scopre che è più facile fare le cose difficili che quelle facili. Il Vangelo appare difficile, ma viverlo è facile e leggero. Il coraggio è (o dovrebbe essere) la motivazione dell’indipendenza culturale, che, senza snobismi antipatici, tuttavia non si accoda alle mode, sempre fruttuose di notorietà e di denaro. Per questo la Cattolica in molti campi sta testimoniando (e dovrebbe essere fiera di farlo ancora di più) la forza di ‘cantare fuori dal coro’.
  1. Al centro sta il cuore. Il nome dato dai fondatori alla nostra Università del Sacro Cuore è di estrema attualità, perché ha in sé uno straordinario contenuto teologico e non è solo il retaggio di una spiritualità segnata dal tempo. Il cuore è la sede della libertà e dunque dell’amore. La storia dell’Università è anche e soprattutto una storia di sante e santi che hanno amato. Ancor di più di quanto già avvenga la scelta e la cura per la vocazione dell’insegnamento dovrebbe tener presente il ‘cuore’: ‘Dove sta il cadavere, lì arrivano le aquile’. Sono tanti i passaggi in cui si svelano ‘ i segreti del cuore’. Le sante e i santi della nostra Università hanno lasciato questa testimonianza che non va persa: un cuore puro e limpido, una intenzionalità trasparente e una passione disinteressata. Senza queste caratteristiche l’annuncio muore e diventa ‘difesa burocratica’ di posizioni ideali (o ideologiche?) dove la fede non è più vita e quindi non smuove nessuno.
  1. L’università è servizio. Ci vien chiesto quali sono ‘i gesti che indirizzano lo sguardo e i desideri a Dio’. Io conosco solo una parola che in modo sintetico esprima bene i gesti (‘il gesto’) necessari e questa parola è ‘martirio’. Sembra una tautologia perché martirio significa proprio testimonianza. In realtà il ‘martirio’ ha la forza di rappresentare quasi visivamente i gesti che possono far sorgere la domanda sulla fede. Martirio significa ‘dare la vita senza nulla chiedere in cambio’. Il martirio è la forma più chiara del dialogo: in una mano tengo il Vangelo, nell’altra la mia vita e perché non tu pensi che io abbia qualche interesse personale o di parte da difendere lascio che tu, con il Vangelo, mi possa prendere anche la vita.  L’Università Cattolica è anche una storia di ‘martiri’, cioè di persone che hanno dato la vita per gli altri. Ogni forma di interesse personale, pur legittimo, che superi una certa soglia rende poco chiaro il ‘gesto cristiano’.  Credo che la testimonianza migliore che oggi viene (o dovrebbe venire) dall’Università è vivere la ‘povertà’. La gioia della verità, l’onore di mettersi in coda a un così grande stuolo di ‘testimoni’, l’incontro quotidiano con migliaia di giovani che offrono desideri e disponibilità a volte stupefacenti, sono una ‘ricompensa’ sufficiente che toglie l’ansia delle carriere, elimina la corsa al denaro e riempie la propria vita di gioia evangelica, pronti a dire sempre ‘siamo servi inutili e abbiamo fatto quello che dovevamo fare’.

gallidon Luigi  Galli
Assistente pastorale in Università Cattolica del Sacro Cuore

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