letture sull'umano

Apprezzare la morte. Cristianesimo e nuovo umanesimo

di Marcello Neri

Quando il cristianesimo pensa all’altezza delle sue Scritture è in grado di rimettere in circolo una visione dell’umano capace di riscattare le molte derive a cui il contemporaneo sembra abbandonarlo per poterlo, così, gestire con semplicità, quale mera funzione della grande macchina dell’apparato economico-mediatico che va tessendo la trama del suo incontrastato dominio.

È proprio nello snodo più subdolo di questo processo che si va a inserire l’acuta riconfigurazione del cristianesimo offerta in questo volume da K. Appel, ordinario di Teologia fondamentale presso la Facoltà teologica cattolica dell’Università di Vienna. La ragione della fede cristiana è originariamente umanistica e, quindi, votata a pensare la figura concreta della finitudine (quella della morte, appunto) come costitutiva della relazione teologale, da un lato, e della doverosa critica di civiltà che compete a ogni cristianesimo degno del suo nome, dall’altro.

Il lungo affinamento di questa sensibilità culturale porta Appel a individuare con chiarezza la differenza specifica, qualitativa, dell’ora presente: «Anche osservando gli sviluppi politici e sociali in modo più ottimistico, sarebbe comunque un autoinganno classificare la crisi odierna semplicemente entro gli scenari tradizionali della storia umana» (8).

Non ci troviamo, dunque, sulla linea di una cesura, dove ciò che sta venendo deriva in un qualche modo dalla tradizione da cui si prende congedo; quanto, piuttosto, nel mezzo di una trasformazione profonda e complessiva che va a mutare radicalmente le coordinate di base della convivenza sociale e dell’idea stessa di umano.

L’esigenza della fede di corrispondere adeguatamente a questo passaggio alterante chiede la messa in gioco di un nuovo umanesimo che sappia, sì, attingere al meglio dello spirito europeo (soprattutto a quei momenti che, nella cesura della modernità, hanno finito paradossalmente per essere sentiti come esteriori alla fede stessa, proprio nel momento in cui invece si pensavano come il suo traghettamento oltre il vuoto di senso e di affetto in cui si realizza il moderno), ripensandoli però all’interno di un quadro culturale e civile che ha spezzato ogni continuità con il lungo tragitto della civiltà occidentale.

Quando il cristianesimo pensa l’umano nel quadro di questa sua metamorfosi, esso recupera nel medesimo gesto anche la qualità più sorprendete della consegna di Dio alla storia di Gesù.

L’esito permette di costruire un nesso, forte e critico, tra l’ultima eredità moderna/europea di Ratzinger, raccolta dalla Chiesa italiana con il V Convegno ecclesiale di Firenze (che istruisce il nesso fra Gesù Cristo e il nuovo umanesimo), e il fiuto di Bergoglio per l’urgenza dell’ora presente che chiede il sorgere di un cattolicesimo globale (ossia reale) capace di portare il peso dei molti differimenti che questo comporta (Giubileo sulla misericordia di Dio): «Si tratta quindi di mostrare che il contributo del cristianesimo a un nuovo umanesimo è nella fragile, spesso fungente, narrazione della genesi di uno sguardo rivolto alla fragilità, alla vulnerabilità, ma anche alla sensibilità e al sottrarsi dell’esistenza umana. La parola cristiana centrale, “misericordia”, ne dà testimonianza» (9).

Il profilo teorico del volume appare immediatamente nella sua qualità, esattamente perché si fa carico senza timore sia dell’irreversibilità delle trasformazioni in atto, sia dei tratti più arditi ed esposti della notizia evangelica di Dio. Esso meriterebbe un’attenzione analitica e un confronto serrato che, in questa sede per ragioni di spazio, non sono purtroppo possibili. Mi limito pertanto a gettare semplici sguardi su alcuni degli snodi centrali intorno ai quali si costruisce l’architettura del testo.

Tutta l’analisi sul tempo, che è in fin dei conti il filo conduttore del pensiero di Appel, riesce esattamente nell’impresa davanti alla quale si arenò il tentativo di Heidegger – probabilmente proprio perché non sente il bisogno di ricorrere al cristianesimo sotto mentite spoglie, ma lo fa lavorare esplicitamente in tutta la sua forza (dalla Genesi all’Apocalisse, passando per un’originalissima lettura dei testi di Hegel): «Il settimo giorno realizza il suo scopo in un trascendimento aperto dell’opera dei sei giorni, che impedisce che il tempo diventi una totalità saturabile attraverso le opere, disponibile al controllo dell’uomo» (18s).

Raccogliendo una suggestione di Musil, Appel riconfigura il cristianesimo come «anacronismo» strutturale inserito nel tessuto quotidiano dei giorni; ciò che lo rende capace di inizi esattamente là dove tutto volge verso una consumazione irreversibile, da un lato, e gli permette di immaginarsi una relazione con Dio anche in una stagione in cui la sua dimora si delocalizza strutturalmente e non è più accessibile immediatamente, dall’altro (cf. 83): «Dio stesso ha con ciò spostato la sua antica residenza orientale dal Cielo, o meglio dal tempio in cui il Cielo riusciva a toccare la Terra, nella cassa di risonanza di un corpo in cui vibra la sofferenza del popolo e cresce uno spazio di sentimenti di misericordia e con-sofferenza (compassione)» (112).

Tessere questo nesso fra nuovo umanesimo e misericordia non vuol dire solo riscattare l’umano dalla sua irreversibile deriva tecno-economica, ma anche salvare il cristianesimo da un’irrilevanza culturale definitiva.

Per fare ciò la Chiesa ha bisogno, in primo luogo, di intelligenza – quella che sola le può permettere di riconnettersi alla realtà delle cose –: «Il cristianesimo deve iniziare a liberarsi dalle immagini mediatiche e astratte (…), così come dalle grandi parole oramai vuote che la teologia e la Chiesa (e la politica e le scienze) pronunciano come per automatismo (si trova troppo amore, troppa alterità e salvezza e troppo poca contingenza e gesti di misericordia).

In connessione a questo appare necessaria l’assimilazione di una cultura del contatto, della tangibilità, e la percezione delle vulnerabilità degli esseri: quale destinazione avrebbe la Chiesa se non questa (…)?» (70).

L’impresa richiede una revisione radicale dell’attuazione dell’umano come soggetto, muovendo verso il suo differimento come apertura radicale a un legame senza signoria e senza sentimentalismi. Oltre che attraverso un serrato confronto con Leibniz, Kant ed Hegel, questa riscrittura del soggetto viene intrapresa recuperando il profilo ontologico inscritto nel gesto della preghiera (a cui Appel dedica tutta la seconda parte del libro).

Chiunque abbia interesse per un’intelligenza teologica degli snodi nevralgici intorno a cui papa Francesco va articolando il suo ministero troverà in questo testo pane per i suoi denti: l’impegno richiesto dalla lettura sarà ampiamente ripagato dalle aperture di pensiero che esso offre generosamente.

Fonte: il Regno 3/2015 (pdf)

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