rassegna stampa

Camminare insieme come i primi cristiani, guidati dalla creatività dello Spirito

di Stefania Falasca

Dalle ricche giornate fiorentine, segnate dalle parole di Francesco, emerge un desiderio rinnovato di collegialità Che riconosce come legittime le differenze nell’esprimere l’unica fede e chiede di porsi in ascolto delle comunità locali

Sinodalità è “l’essere insieme nel divenire”, e dunque “il camminare insieme”. Ma quella che sta emergendo con forza a Firenze non è la parola d’ordine di un nuovo assetto di scuderia. Significa una Chiesa che cammina insieme nelle sue diverse componenti, e il Papa in cammino con essa nel discernimento, nella ricerca della volontà di Dio anche attraverso una consultazione paziente, per l’annuncio, la testimonianza e la promozione dell’avvento del Regno tra gli uomini. Ciò vuol dire che la sinodalità è costitutiva, connaturale alla Chiesa stessa, così come è stato riconosciuto dal Concilio Vaticano II, e altro non è che l’espressione della sinodalità della Chiesa antica.

La collegialità e la sinodalità rimandano infatti alla natura apostolica propria della Chiesa. E solamente in questa cornice si comprende il senso e la prospettiva ecclesiale indicati dal Papa. Non può essere allora una scelta discrezionale o un escamotage organizzativo, ma riflette il dinamismo proprio che lo Spirito Santo infonde alla Chiesa di Cristo e mediante il quale la guida fin dal principio. «Il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli àmbiti della sua missione» ha detto papa Francesco. E «proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio», anche se «non è così facile da mettere in pratica».

La sinodalità riguarda e coinvolge l’intero popolo di Dio, la moltitudine dei battezzati, i quali pertanto non possono essere considerati una mera massa a cui impartire istruzioni perché, come ricorda la Lumen gentium, anche «il gregge possiede un proprio ‘fiuto’ per discernere le nuove strade che il Signore dischiude alla Chiesa». Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare «è più che sentire», ha detto il Papa. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, collegio episcopale, vescovo di Roma: l’uno in ascolto degli altri e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo «Spirito della verità», per conoscere ciò che Egli «dice alle Chiese». Non è perciò una scoperta, quanto piuttosto la ri-scoperta che la Chiesa cattolica non è monolitica, non parla a una sola voce, che sono legittime le differenze nell’esprimere l’unica fede ed è importante la voce alle Chiese locali.

Il discorso di Francesco alla recente assemblea sinodale costituisce una precisazione dottrinale puntuale, secondo il principio caro alla Chiesa del primo millennio: «Ciò che riguarda tutti da tutti deve essere discusso». Però non in base a princìpi mutuati dall’assetto politico-democratico ma secondo un’economia cristiana per la quale la comunione si costruisce in un ordine che prevede il peso delle diverse funzioni all’interno della Chiesa piuttosto che con criteri di maggioranza. La sinodalità non può essere confusa con la tecnica politica per affrontare problemi, né “sinodale” vuol dire che tutti abbiano il diritto di dire a voce alta qualsiasi cosa come manifestazione di ciò che a ognuno passa per la testa. Imparare cosa vuol dire vivere “in stato sinodale” significa piuttosto entrare in una dimensione fraterna di collegialità come “modo di essere Chiesa”. Si tratta di mettere in pratica un ascolto reciproco che aiuti a capire meglio, a comprendere di più le esigenze del Vangelo. Il coinvolgimento delle Chiese in questo processo sinodale riguarda quindi il loro stesso modo di esprimersi nella comunione come comunità, nelle parrocchie, nelle diocesi e anche nei movimenti. È quindi il modo di procedere della Chiesa, non è la sorgente e non è il fine, perché il fine è sempre la missione, la salvezza delle anime. Per questo l’esercizio della sinodalità, in ultimo, non può essere considerato il frutto di un’ingegneria istituzionale ma è l’essere docili davanti all’operare di Colui che è «artefice al medesimo tempo della pluralità e dell’unità, lo Spirito Santo». Come papa Francesco già prima di diventare vescovo di Roma aveva chiaramente espresso, «nella Chiesa l’armonia la fa lo Spirito Santo. Uno dei primi padri della Chiesa scrisse che lo Spirito Santo ipse harmonia est, Lui stesso è l’armonia. Lui solo è autore al medesimo tempo della pluralità e dell’unità. Solo lo Spirito può suscitare la diversità, la pluralità, la molteplicità e allo stesso tempo fare l’unità. Perché quando siamo noi a voler fare la diversità facciamo gli scismi, e quando siamo noi a voler fare l’unità facciamo l’uniformità, l’omologazione». La sinodalità è collaborare a questo lavoro dello Spirito, che spinge alla creatività proprio perché è dello Spirito.

da Avvenire, 13 novembre 2015

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