rassegna stampa

020214-038

Concretezza, la parola chiave 

di Paolo Viana

Verso Firenze: parla il direttore dell’Ufficio nazionale di pastorale della salute: l’impegno negli ospedali non basta, serve un attento ascolto del territorio

Firenze si avvicina e il Papa invoca una conversione pastorale e missionaria che ‘non può lasciare le cose come stanno’. Cosa deve cambiare nella pastorale della salute per realizzare quel ‘nuovo umanesimo in Gesù Cristo’ che è il tema del quinto convegno ecclesiale?

La Evangelii gaudium riconosce che è in atto una profonda crisi antropologica, la quale nega il primato dell’uomo e lo riduce a un bene di consumo: questa crisi – risponde don Carmine Arice, direttore dell’Ufficio pastorale della salute della Cei – interessa anche il mondo sanitario, dove la cultura dello ‘scarto’ non si esplicita in termini solo economicistici ma anche tecnicistici, predica l’esaltazione dell’essere umano padrone della vita ma poi forgia un antiumanesimo in cui ognuno di noi deve rispondere a un modello unico di efficienza e performatività. In questo contesto, una pastorale della salute missionaria è intrinsecamente rivoluzionaria, perché cerca di realizzare quel nuovo umanesimo in luogo di questo, che oggi – anche nel mondo sanitario – gode di un forte appeal culturale.

La strada è in salita?

La strada dei cristiani è sempre stata in salita, ma, come ha detto il Santo Padre l’anno scorso ai vescovi italiani, «il bisogno di un nuovo umanesimo è gridato da una società priva di speranza, scossa in tante sue certezze fondamentali, impoverita da una crisi che, più che economica, è culturale, morale e spirituale».

Come dev’essere la pastorale della salute ai tempi di Francesco?

Vorrei usare le parole di monsignor Galantino, che richiamandosi alla Nota Pastorale del 1989 e alla Traccia di preparazione del convegno di Firenze, ci indica ‘la via dell’abitare’ come quella che caratterizza maggiormente la missione evangelizzatrice che svolgiamo nel mondo della cura. E spiega: «Nessuna parola può essere credibile se non sappiamo abitare i luoghi della sofferenza con carità e competenza». Partiamo da qui, perché i cristiani hanno cambiato il mondo non con una tecnica, ma con uno ‘stile’, un modo di essere, che è quello dell’amore vissuto in mezzo ai fratelli, senza astrazioni né intimismi. Detto il modus, aggiungerei che la pastorale della salute oggi non può limitare l’orizzonte del suo interesse e della sua missione alla cura pastorale degli ammalati negli ospedali. Senza tralasciare questa, occorre mettersi in ascolto attento del territorio per poter raggiungere, con il ministero della consolazione, tutte le situazioni che sfidano la solidarietà umana, la giustizia sociale e, non ultima, la carità cristiana.

Crede che sia sufficiente per ‘non lasciare le cose come stanno’?

No, ed infatti la novità è la terapia. La diagnosi dei problemi non basta. Con questo convegno, la parola che vorremmo declinare è ‘concretezza’, che rappresenta anche la prospettiva del 5° Convegno ecclesiale nazionale. Concretezza nello smontare giorno per giorno l’atteggiamento prometeico dell’uomo denunciato da san Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae e nel ricordare, con Bonhoeffer, il ruolo dei deboli in una società che voglia essere davvero ‘umana’.

da Avvenire, 9 giugno 2015

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