segni dell'umano

Berlinde De Bruyckere, Kreupelhout - Cripplewood, 2012-2013

Cripplewood, sofferenza e compassione

di Alessandro Rossi

Berlinde De Bruyckere, Kreupelhout – Cripplewood, 2012-2013

Cera, resina epossidica, ferro, tessuto, corda, pittura, gesso, cm 937 h x 1002 x 1686 

L’opera si presenta come «un enorme olmo sradicato, nodoso e annodato, fuso in una massa di tronchi e di rami dalla somiglianza inquietante con muscoli, tendini e ossa del corpo umano. Tra i rami dell’albero, soffici cuscini, coperte e stracci sono utilizzati per lenire e confortare questo corpo abbandonato». Pare un gigante, un corpo venato e carnoso che rivela i suoi lividi e le sue cicatrici, colto in una doppia metamorfosi in fieri da uomo ad albero e viceversa. Vige l’indistinto in questa scultura: men che bestia e più che uomo le sue ferite filtrano nella mente, smuovendo i nervi di un’intelligenza emotiva altrimenti non sollecitabile dalla freddezza dei concetti.

La stessa artista belga definisce questo enorme tronco sradicato come una cattedrale collassata nelle cui rovine trovano rifugio animali, simbolo di una vita che resiste. Le bende come intrise di sangue, che stringono il corpo livido e martoriato della “cosa”, simboleggiano la pietà che qualcuno ha voluto dimostrare nei confronti della sofferenza, qualsiasi sia l’essere che la stia provando. La De Bruyckere associa infatti il suo albero ferito al “dolore mistico” di San Sebastiano. Il santo non è più legato all’albero, trafitto da numerose frecce, come viene tradizionalmente raffigurato, ma è divenuto egli stesso albero. Ed è sotto queste sembianze fitomorfe che le sue ferite sembrano essere state amorevolmente curate da Sant’Irene. A trasmutarsi in questo tronco storpio non è però solo un’antica iconografia ma anche l’uso dei colori. L’artista muta i rossi, i viola e i rosa tipici della tavolozza dei grandi maestri veneti del Cinquecento, drammatizzandoli, virando il loro valore espressivo verso un’intensa e lugubre atmosfera, evocatrice della Peste Nera contro cui San Sebastiano era il principale protettore.

Attraverso l’esposizione di questo “relitto” offeso e rammendato l’artista esplora la zona grigia in cui vita e non-vita sembrano farsi indistinguibili, sostando in una dimensione di non-senso che però non è insensata perché viene prima del senso, fondandolo. Chi si immerge nell’atmosfera in cui giace quest’essere grezzo e selvaggio – suggerisce Alessandro Di Grazia (“aut aut”, 2015, n. 365) – vive un’esperienza di angoscia e allo stesso tempo di compassione, avverte l’incubo di una muta sofferenza che è insieme qualcosa di maestosamente umano.

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