rassegna stampa

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Dove va l’umano? Il Papa ci chiede di essere una Chiesa inquieta 

di Sara Melchiori

Il segretario generale della Dei Nunzio Galantino a Padova sul dopo Firenze: siamo invitati a uscire dai nostri schemi. Il nostro tempo ha bisogno di una morale più fresca, più gioiosa, più esigente

Dove va l’umano? «È la domanda più urgente anche alla luce dei gravi fatti che stiamo vivendo». Non poteva che partire dalla cronaca l’intervento del segretario genearale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, invitato da Facoltà teologica del Triveneto e Fondazione Lanza. Al vescovo il compito di collocare l’interrogativo che dà il titolo al ciclo, nel ‘dopo’ Convegno di Firenze. Di fronte alla drammatica attualità «ci sentiamo quasi disarmati – ha detto Galantino – assistendo alla diffusione e pubblicizzazione della violenza, propagandata come la via maestra per realizzare i propri progetti, coperti dal riferimento alla volontà di Dio, che comunque resta un’insopportabile bestemmia». C’è tutto il dolore di papa Francesco nelle parole del segretario generale della Cei, di fronte all’abuso del riferimento a Dio, a un Dio che si porrebbe contro l’uomo stesso: «È un Dio violentato, perché dove si tradisce l’uomo, e lo si fa inneggiando al suo nome, anche la sua immagine ne viene sfigurata ». E allora dove va l’umano? «Va dove noi lo condurremo: non progredisce né si sviluppa da solo, ma si evolve e si trasforma in conseguenza dei nostri gesti, anche quelli più piccoli o più nascosti, che contribuiscono sempre a incrementare o a diminuire il livello di giustizia e di carità in circolo nel nostro mondo». Ecco che il convegno ecclesiale nazionale di Firenze offre dei frutti da cui partire – il carattere sinodale e comunionale, che non è solo metodo ma anche contenuto – e indica vie da percorrere: «mettersi alla scuola della misericordia» e approfondire l’Evangelii gaudium da cui trarre alcune priorità, specie là dove le cinque vie, su cui si è concentrato il convegno ecclesiale, suggeriscono un rinnovato stile pastorale. Francesco, ha ricordato Galantino «ha chiesto alla nostra Chiesa di essere inquieta », «ci chiede di non sederci spiri- tualmente, di fuggire la sterile soddisfazione di chi contempla i risultati raggiunti ». L’invito del Papa è uno sprone «a rinnovarci e uscire dai nostri schemi», e a guardarsi dalle insidie del pelagianesimo e dello gnosticismo. Ed è un monito per tutti i fedeli a superare lo stile della durezza, del controllo, della normatività per aprirsi allo stile di umiltà, disinteresse, beatitudine, indicato da Gesù; come pure a uscire dalla deriva gnostica dell’orgoglio per dare spazio alla virtù centrale del Vangelo: l’amore. Un invito a compiere «un cammino di purificazione » che Galantino rilancia anche alla Facoltà Teologica, nella prospettiva di divenire «richiamo a tutti di un corretto rapporto tra vivere ecclesiale e ricerca, tra contemplazione e azione, tra ascolto della Parola e servizio ai poveri». E su questo sollecita una riflessione sul contributo che la teologia può offrire per un recupero della qualità umana del sapere, con la revisione dellaChristliche bildung, del nostro modo di fare cultura e formazione, del nostro modello educativo a tutti i livelli, a fronte di una cultura – anche religiosa – spesso segnata da una «foga illuministica». Mentre è l’opzione per i poveri, indicata da Francesco, l’unico criterio dell’ortodossia cristiana e la strada per una reale «conversione pastorale». C’è da uscire da un cristianesimo nel quale «si fa fatica ad accomunare pratica e grammatica». E c’è da rifondare la morale per fondare l’umano. Come? Ritrovando la sua sintesi nella carità, con gesti concreti per la vita e il bene del mondo: «Il nostro tempo ha bisogno di una morale più fresca, più gioiosa e anche più esigente».

da Avvenire, 20 novembre 2015

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