contributi

Educare in Università Cattolica: giovani, cultura, fede

di Giuseppe Mari

In quale modo l’Università Cattolica contribuisce alla promozione dell’educazione cristiana? Rispondo rapsodicamente e sinteticamente raccogliendo i miei pensieri attorno a tre punti.

1) Per educare qualcuno, è indispensabile entrare in relazione con lui. L’insegnamento in Università Cattolica permette questo, perché fa incontrare, per un periodo limitato ma in forma regolare, molti giovani ossia i soggetti che si trovano a vivere la stagione che – più di ogni altra – ha a che fare con i sogni e i progetti, accompagnati dalle incertezze, talvolta dai timori, che tutti abbiamo conosciuto in gioventù. Questo non vale solo per i docenti, ma per tutto il personale che – direttamente oppure indirettamente – incrocia gli studenti i quali si fanno un’idea di come si guarda a loro, per esempio, anche attraverso i servizi di cui sono fruitori. Per quanto concerne noi docenti, in particolare, il contatto è diretto e associato a un preciso ambito: quello della comunicazione e produzione culturale che si svolge attraverso la relazione interpersonale. Anzitutto mi soffermo su questo secondo elemento, rispetto al quale penso che il “nuovo umanesimo” collegato al Convegno Ecclesiale di Firenze possa essere declinato come la testimonianza del fatto che lo studente è riconosciuto nella sua dignità e originalità. Su questo influisce direttamente il nostro modo di presentarci agli studenti (per come parliamo e agiamo, ad esempio) e di trattarli come interlocutori.

2) L’Università Cattolica è “università” cioè luogo di istruzione “superiore”. Tocco quindi il primo punto che ho evocato nel passaggio precedente, quello relativo alla cultura. Il grado “superiore” identifica l’università come luogo nel quale la cultura non è solamente presentata in modo ordinato (attraverso le “discipline”, come accade già nel segmento secondario), ma esplorata e dilatata attraverso la ricerca. In questo senso penso che il “nuovo umanesimo” sia sfidato dal crescente richiamo postumanistico riconoscibile nella civiltà attuale. Sul piano storico, l’umanesimo è stato una conquista. Infatti la concezione arcaica e – in parte – anche quella antica della civiltà non mettevano al centro l’essere umano, ma la natura, rispetto alla quale era forte il riconoscimento della dipendenza di uomini e donne per la loro sopravvivenza. Con l’evangelizzazione – ossia l’annuncio del Dio fatto uomo – la polarità si inverte, ora il centro della scena lo occupa l’uomo in forza della originale attenzione che gli manifesta Dio attraverso la Rivelazione. Questo umanesimo, tuttavia, non è solo antropocentrico, ma – anzitutto – è teocentrico ossia l’uomo è al centro perché Dio lo ha posto al centro, tutto quindi dipende dall’originario rapporto tra Dio e l’essere umano. Comprensibilmente, quando questo rapporto si attenua, anzi diventa – per certi versi – conflittuale, ne discende che l’antropocentrismo collassa e si converte nel suo contrario: ecco il postumanesimo. Esemplare, in proposito, è l’emergenza ambientale. Dalla considerazione dell’abuso a cui l’umanità ha sottoposto l’ambiente, alcuni ne ricavano che è auspicabile l’abbandono dell’antropocentrismo in favore di forme “ecologiche” che trattino l’essere umano come un animale tra tanti. Vale la pena invece riflettere su quanto l’abuso dell’ambiente dipenda dal fatto che si è trattato il mondo a prescindere dal riconoscimento della sua creazione. È l’abbandono del teocentrismo che ha orientato in tal senso (conducendo ai problemi che oggi conosciamo), mentre il suo riconoscimento immediatamente pone l’essere umano – rispetto al mondo – nella condizione di usarne non a proprio arbitrio, ma responsabilmente ossia rispondendone a Colui che lo ha donato all’umanità. Un Ateneo cattolico, esplorando la realtà in maniera scientifica (cioè portando ragioni a sostegno delle conoscenze offerte alla pubblica discussione), favorisce la messa a fuoco di contenuti che, senza dipendere dall’approccio cristiano alla realtà, rimuovono gli impedimenti all’apertura verso la prospettiva della fede collegati alla cultura diffusa.

3) L’Università Cattolica è anche “cattolica” e questo la pone di fronte a una ulteriore opportunità rispetto al “nuovo umanesimo” che il Convegno Ecclesiale associa al Cristo. Uno dei pregiudizi più nocivi all’apertura verso la fede è stato e continua ad essere quello secondo cui credere avrebbe a che fare con la condizione infantile e/o con l’assenza di qualunque sapere. L’Università Cattolica e – più in generale – il complesso delle scuole cattoliche mostrano che questo non è vero. La concreta e quotidiana azione di studio, ricerca e insegnamento costituisce la verifica empirica del fatto che la fede cristiana non è né ri(con)ducibile a un trastullo infantile, né dissociata dalla conoscenza. Operare in favore del “nuovo umanesimo” in Cristo, da questo punto di vista, significa esplorare la realtà in larghezza e in profondità, essendo mossi dalla fiducia che tutto ciò che esiste ha la propria origine – secondo modalità diverse – dall’atto creatore di Dio, quindi non c’è incoerenza tra quello che la fede insegna e ciò che la ragione conosce.


8876_img02Giuseppe Mari
Professore ordinario di Pedagogia generale
Università Cattolica del Sacro Cuore

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