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Famiglia e nuovo umanesimo

di Flavia Marcacci

Report dalla veglia di preghiera in apertura del Sinodo

Canti e silenzio, colori e fragilità, bellezza e divinità hanno riempito ieri Piazza s. Pietro per la Veglia di preghiera in apertura del Sinodo Ordinario sulla famiglia. Una preghiera delicata e profonda si è innalzata al cielo, fatta di storie concrete e reali trasfigurate dalla presenza di Gesù. In piazza Gesù è passato con forza, come quando accompagnava i discepoli di Emmaus: diceva cose che facevano bene al cuore, perché diceva cose vere e vicine, al punto che sembrava conoscere benissimo la situazione di coloro con i quali stava camminando. I discepoli di Emmaus lo riconobbero nei gesti: perché la vera presenza di Cristo detta uno stile, soave e attraente, che prima delle parole è comunicato dalla modalità di stare per le strade del mondo.

È una nuova umanità quella che segue Gesù, attratta da gesti speciali: gesti, fatti, vicende, storie delle famiglie di questo mondo che non parlano di questo mondo, ma lo provocano e lo riempiono di bellezza perché contengono qualcosa che li trascende. La famiglia cristiana è il luogo dove il canale diretto tra mondo e Dio può restare aperto o può venire chiuso, può essere un pertugio o può diventare un portone spalancato. C’è una cosa che accomuna la famiglia in ogni suo modo di porsi di fronte alla presenza di Dio: la sua fragilità, il suo essere delicata, il suo essere ricchezza e diversità, il suo essere scrigno di energie affettive. È la stessa fragilità con cui il cuore del giovane ricco che chiede a Gesù di seguirlo non sa reggere alla proposta del Messia di lasciare tutto, ma è anche la fragilità della donna che non bada a nulla e spreca l’olio sui piedi di Gesù.

Questa fragilità mette in moto perché fa sentire il desiderio profondo di un amore che superi i limiti umani e si riempia di divino. Per questo Gesù vero Dio si è incarnato, per aiutarci a non avere paura delle fragilità ma farne porta del suo amore: l’Incarnazione è la prova evidente che la fragilità umana può venire trasfigurata nella bellezza di Dio. Per questo alle famiglie è stata donata la capacità di provare emozioni e affetti, motori importanti per superare le difficoltà quotidiane. L’amore coniugale diventa prova tangibile che vivere di bellezza è possibile. La quotidianità con le sue piccolezze può diventare una storia gloriosa e pienamente sacra. Per gli sposi la via del matrimonio diventa la via di consacrazione a Dio e il luogo dove si conosce il volto di Dio come un Dio di viva e profonda tenerezza. Per questo motivo la famiglia cristiana è la più adatta ad annunciare il volto di Dio tenerezza in maniera concreta e credibile. Deve però esserne pienamente consapevole, va aiutata a usare tutte le sue capacità e fatta fiorire pienamente. La sua forza sacramentale è ancora poco conosciuta e non si può più perdere tempo.

La famiglia è il luogo dove sperimentiamo la grandezza dell’amore di cui l’essere umano è capace, ma anche la piccolezza che lo consuma in fatiche e ansie, in tensioni e scontri. La grandezza dell’amore ha in se stessa anche questa precisa debolezza, ma Gesù non ne resta scandalizzato. Piuttosto, si fa più vicino alla debolezza per sostenerla, perché è venuto non per i forti ma per i deboli. Anche noi dobbiamo munirci di quegli strumenti che possano sostenere le fatiche delle famiglie.

La forza della verità di Dio contiene in sé la forza con cui Dio si dona ai deboli e con cui arriva a farsi dono per tutti. È la tenerezza della croce di Cristo il segno supremo di questa logica, di questo non temere chi gli si allontana ma piuttosto di andarlo a cercare. Come quando in famiglia vince la forza dell’umile amore nel primo che sa chiedere perdono e nel primo che sa accogliere il perdono. È la logica che permette alle famiglie di restare insieme e lasciare che lo stile di Dio trasfiguri l’amore e lo renda più pienamente umano.

Essere pienamente umani è anche fare i conti con la realtà, è anche ammettere di aver sbagliato o di aver fatto cattive valutazioni, è constatare che la fragilità può diventare una ferita che può solo cicatrizzarsi e non scomparire. Anche in questo caso Dio non abbandona nessuno e scende come olio sui fallimenti umani: per donare speranza, per ricordare che la sofferenza e la morte non sono l’ultima parola e che mai deve essere rubata la speranza. Guai a chi toglie all’uomo la speranza che il Signore possa accogliere e trasfigurare anche l’umanità fallita e ferita. Guai a chi non volesse curare le famiglie fallite e ferite.

C’era tutto questo ieri in piazza s. Pietro. C’era tutto questo nelle parole di papa Francesco. Accogliere tutto questo sfida anche la nostra fede. Esige dapprima silenzio, per ascoltare: come i discepoli di Emmaus, che ascoltavano lo straniero parlare. Riusciamo a fare silenzio in noi, o anticipiamo con le nostre idee quanto il Signore vuole dirci? Serve poi fatica: la fatica di lavorare sulla nostra umanità, che cerca più le sicurezze che l’amore e spesso inconsapevolmente soffoca ogni opportunità di amare di più. Papa Francesco ci ricorda che non possiamo permetterci di cadere in questo errore. Serve speranza: lasciamo che lo Spirito scavi nella nostra umanità per farla risplendere di più. Serve bellezza: solo la bellezza rende piacevole la verità.

È vero, come anche è strano, che tutto questo possa mettere anche paura. Fa tremare, perché ci svela che siamo piccoli e fragili. Ma, come ha detto il papa, la nostra grandezza è l’amore di Dio e di questo amore siamo certi. Un amore immenso, magnifico, capace di rapirci il cuore e portarlo altrove. Laddove la mente non può arrivare a capire la forza di questo amore, lasciamo che sia la tenerezza che ci porta all’altro a irrorare il cuore. Ben presto la mente troverà le strade per comprenderlo meglio, perché la fede non è mai irragionevole. Questo amore di Dio così potente fa appassionare il cuore e aprire la mente. È questo amore che deve farci tremare le vene e i polsi, ben più della paura della umana fragilità: perché siamo custodi, come umanità, come Chiesa, di questa bellezza. Ne siamo responsabili. Pur non meritandola.

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