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I piccoli gruppi di lavoro, uno stile da esportare nelle diocesi

di Matteo Liut

Parlano i “facilitatori” che hanno aiutato le discussioni «Essere appena dieci? Idea interessante per favorire il confronto». Intorno allo stesso tavolo vescovi, preti e laici. «Dallo scambio di idee, proposte concrete e concordi»

Non c’è alcun dubbio: al quinto Convegno ecclesiale nazionale il lavoro in piccoli gruppi da dieci persone è stato un successo. Lo sanciscono definitivamente i “facilitatori”, coloro, che avevano il compito di far procedere senza intoppi la discussione attorno ai duecento tavoli nei quali si sono ritrovati i delegati. «Questo tipo di organizzazione ci ha permesso di confrontarci in maniera quasi chirurgica sul tema – nota Alberto Ferrari, segretario generale del Centro turistico giovanile – con una partecipazione capillare di tutti. Un metodo che ha riempito ognuno dei presenti di entusiasmo».

Il fatto che i tavoli avessero una composizione eterogenea, con vescovi, preti, religiosi, laici con esperienze diversissime tra loro «è stato una vera ricchezza», nota don Gianfranco Calabrese, direttore dell’Ufficio catechistico dell’arcidiocesi di Genova. E quello che ha stupito è che «nonostante questa eterogeneità le proposte emerse dai diversi tavoli sono state concordi. Anche per questo il metodo adottato è sicuramente da riproporre in altre occasioni – sottolinea il sacerdote – e so che molti vogliono esportarlo in diocesi. Questo tipo di confronto ci ha permesso, infatti, di toccare con mano e di vivere nel concreto la sinodalità, che così non è rimasta solo una parola programmatica».

E come si fa a non voler “portare a casa” una formula così positiva? «Tutti hanno potuto parlare – dice Carlotta Benedetti, segretario generale di Azione cattolica, anche lei tra i facilitatori –. Qui abbiamo provato un nuovo stile di comunicazione. Non c’è stata alcuna fatica nel rispettare le indicazioni e i ritmi, nonostante i tempi limitati. E il dover produrre una sintesi ha permesso di mettere in primo piano le autentiche priorità».

«In un primo momento c’è stata un po’ di diffidenza – testimonia Valentina Mazzuca, dell’arcidiocesi di Cosenza-Bisignano – ma poi abbiamo vissuto un vero momento di comunione, seduti allo stesso tavolo guardandoci in faccia e senza paura di condividere i nostri vissuti». Insomma il clima respirato è stato quella della Chiesa conciliare. «Nel tavolo – aggiunge – abbiamo avuto tutti la sensazione di partecipare concretamente alla costruzione di qualcosa di nuovo e a me è parso di tornare all’entusiasmo del post-Concilio».

Conferma anche Pietro Alviti, delegato regionale del Lazio. «Questo metodo ci ha permesso un confronto efficace che ci ha portato a elaborare proposte puntuali e concrete, sentendoci concordi con le conclusioni cui sono giunti anche gli altri tavoli». E il ruolo del facilitatore «è stato favorito sia dall’entusiasmo dei partecipanti sia dalle indicazioni molto precise sullo svolgimento dei lavori».

«La formula adottata ha funzionato benissimo anche nei cinque tavoli composti solo da giovani – racconta don Samuele Marelli, direttore della Fondazione oratori milanesi (Fom) e coordinatore regionale della pastorale giovanile della Lombardia – e ha favorito un contributo fattivo da parte delle nuove generazioni all’impegno comune per il rinnovamento ecclesiale».

da Avvenire, 13 novembre 2015

 

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