rassegna stampa

130813-017

Idee giovani, fatica quotidiana

Cinque storie per far vivere le «cinque vie»

In quel grande laboratorio dell’ascolto e della cura di un nuovo umanesimo che è stato avviato dalla Chiesa italiana in vista del quinto Convegno ecclesiale nazionale di Firenze (9-13 novembre) anche le nuove generazioni hanno un ruolo fondamentale. Nel cammino di preparazione i giovani sono stati spronati infatti a vivere in prima persona l’impegno a dare forma concreta all’incontro tra l’umanità e il Vangelo. In questa pagina raccontiamo alcune delle esperienze che, seguendo le «cinque vie» scelte come percorsi dell’assemblea, testimoniano l’impegno assunto. Un esempio del contributo che le nuove generazioni porteranno anche a Firenze: «I giovani contribuiranno in prima persona ai lavori – spiega don Michele Falabretti, direttore del Servizio nazionale per la pastorale giovanile –: tra i 50 gruppi che saranno costituiti, cinque avranno tutti membri giovani. E poi ci sarà la partecipazione attraverso i social network. Sarà un modo per ricordare che l’intento di Firenze 2015 è quello di incontrare l’uomo là dove abita e in ogni fase della sua vita».

Uscire. In Perù i poveri mi hanno acceso il cuore 

Quando la paura verso ciò che non si conosce si trasforma in amore e servizio. «L’eccitazione di partire, di andare a cambiare il mondo, di conoscere posti nuovi aveva accantonato la paura e il timore di ciò che avrei trovato una volta arrivata. Ma, una volta finito il viaggio e visti un po’ di paesaggi, quello che mi sono trovata davanti è stato troppo forte». Sono le parole che ha scelto Francesca, ragazza di 21 anni che frequenta l’oratorio di Chiuduno, in provincia di Begamo per descrivere l’esperienza di missionarietà, proposta a lei e ad altri 25 ragazzi da don Tommaso Frigerio, sacerdote, oggi 41enne, che ha visto crescere la propria vocazione proprio al Seminario di Pomallucay dell’Operazione Mato Grasso nella missione di San Luis, in Perù. In quelle stesse terre ha riportato i suoi ragazzi: «Avevamo guardato le foto del don, avevamo fatto incontri con persone che hanno vissuto e che vivono tuttora in Perù, ci eravamo documentati su quello che avremmo fatto in missione» ha raccontato Francesca, «ma a nulla è servito quando mi ci sono trovata in mezzo. Volevo tornare a casa, riprendere l’aereo e tornare indietro. Ero convinta che non sarei mai riuscita ad affrontare quello che mi trovavo davanti: povertà, sporco, fame, sono solo alcune delle cose che si sono materializzate davanti ai miei occhi». «Dopo molte lacrime e dopo essere stata rimessa in carreggiata dal don, ho spento il cervello e acceso il cuore. Non mi facevano più impressione quei poveri che tenevo distanti da me. Ho iniziato a servir loro da mangiare, a lavar loro i panni, a giocare con i bambini, insomma, ho iniziato ad amarli. E da quel momento, ho capito perché il don e tutti coloro che abbiamo incontrato, parlano del Perù con tutto quell’entusiasmo». Quello stesso che oggi arricchisce le parole e la vita di Francesca, la rende serena con gli altri e non più spaventata. (Ilaria Solaini)

Annunciare. In piazza per ascoltare e accogliere 

«Cerchiamo di condividere la gioia di essere amati, raccontando che, nonostante le difficoltà, siamo felici perché stiamo con Gesù». Secondo Fabio Candela, ventiduenne di Conversano, annunciare vuol dire invitare e non fare proseliti. Da due anni, fa parte del gruppo dei giovani evangelizzatori che hanno deciso di «accogliere quanto chiede il Vangelo» e «uscire come dice papa Francesco». Fabio non ha ricette né schemi: «Porto me stesso, quello che sono davvero, cerco di accostarmi alle persone che incontro in punta di piedi, con il sorriso, la gioia, la bellezza di incontrare i fratelli». «Non predico, faccio solo un invito con un piccolo segno, come un volantino o un sassolino. Poi è lo Spirito che agisce», confida il ragazzo sottolineando che alla base del progetto nato in seno alla pastorale giovanile c’è proprio «l’idea di andare nei luoghi di vita: spiagge, piazze, feste patronali o carceri per invitare a entrare in chiesa e stare con il Signore». «Lo abbiamo sperimentato: molti – racconta – hanno una grande voglia di essere ascoltati, di parlare e noi cerchiamo di accoglierli, a volte anche tra le lacrime, di andare incontro alle loro difficoltà per poi accompagnarli davanti a Gesù».

Si tratta di un annuncio fatto di gesti, di vicinanza, di testimonianza. Che segue la logica del contagio, più che quella dei grandi discorsi. «Con gli altri giovani cerchiamo di mostrare, senza presunzione, la gioia che proviene dal sentirci amati da Dio», riprende Fabio ricordando che l’evangelizzazione non è appannaggio di qualcuno. «Ci siamo proposti di affiancare le parrocchie della diocesi e di farci strumenti, intermediari, così che ogni comunità possa essere comunità che esce, accoglie e annuncia». (Stefania Careddu)

Abitare. Dietro a una telecamera per raccontare con gli occhi della fede

Si può «abitare l’umano», cioè entrare nelle pieghe del territorio e dei vissuti per creare relazioni e farsi prossimi, anche con i media e in particolare con la televisione. È quello che sperimenta quotidianamente Beatrice Bertozzi, giornalista e conduttrice di TeleSanDomenico (TSD), emittente della diocesi di Arezzo-Cortona-San Sepolcro, per la quale la «terza via» indicata dalla Traccia di Firenze 2015 si traduce nel «calarsi nella realtà con cui si entra in contatto, conoscerla e farne parte raccontandola ». Significa «andare incontro all’umano, relazionarsi senza mai essere invadenti e né cedere al sensazionalismo, parlare attraverso i suoi occhi». Ventotto anni, Beatrice ha iniziato a collaborare con TSD nel 2009, prima come volontaria durante gli anni di studio e nel periodo di Servizio civile, e oggi come dipendente. Si occupa del notiziario, sia per quanto riguarda la redazione che la realizzazione di servizi, e conduce «Terra Santa Link», un magazine settimanale (nato dopo un pellegrinaggio) che permette «di aprire una finestra e analizzare dinamiche che altrimenti rimarrebbero confinate alla cronaca e all’attualità stringente ». Senza «precludere possibilità professionali importanti, un ambiente lavorativo come il nostro, con un team di giovani tutti intorno ai 30 anni – spiega – ha il vantaggio di avere un clima familiare, consente di essere accanto a progetti significativi e di dare spazio a temi ecclesiali, ma anche sociali e del terzo settore, offrendo una lettura approfondita, critica e non ideologica ». Un’esperienza, conclude Beatrice, che «mi ha insegnato ad avere uno sguardo meno superficiale, ad andare oltre gli stereotipi e le categorie ordinarie con cui guardiamo di solito, a conoscere le persone e le storie». In altre parole, ad abitare l’umano. (S. Car.)

Educare. Con i piccoli ti cambia lo sguardo

«La mia esperienza educativa in diocesi con i più piccoli? Per prima cosa ha educato me, portandomi fuori dalle mie paure, orientandomi verso Dio e gli altri». Michela Onali Santoni, 25 anni di Lavagna, racconta così ciò che sta restituendo alla sua vita l’appassionante servizio formativo che da anni porta avanti nella sua parrocchia e in diocesi come vice presidente del Settore giovani dell’Azione cattolica. Parteciperà come delegata della diocesi di Chiavari al Convegno ecclesiale di Firenze del prossimo novembre. «Non credo che ‘educare’ significhi condurre l’altro dove noi pensiamo sia meglio o addirittura dove noi pensiamo sia più facile o meno pericoloso andare – racconta Michela –. Educare mi pare sia condurre l’altro incontro a ciò che anche per noi è nuovo, dal momento che non siamo soli ma con qualcuno più piccolo o più fragile di noi».

E questo «portar fuori» tipico della tradizione educativa significa per Michela nella vita quotidiana «andare incontro a ciò che anche per noi è nuovo e che quindi ci disorienta, ci stupisce, ci coglie sempre un po’ alla sprovvista». Ma in un tempo, come il nostro, dove ciascuno è sempre più sollecitato da rumori e da distrazioni, c’è un’altra arte propria dell’educare: quella che punta a far «tornare dentro». «Mi ha sempre colpito un passaggio del profeta Osea: ‘La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore’ – continua la giovane –. Educare l’altro è andare insieme con lui nel deserto e ascoltare cosa il Signore dice al nostro cuore proprio lì dove è più faticoso stare, dove non avremmo mai pensato di trovarci». In questo senso educare è anche favorire spazi di silenzio e di riflessione, nel quale la propria interiorità venga riscoperta: «Educhiamoci ed educhiamo i ragazzi ai deserti – conclude Michela –. Lì la nostra umanità è visitata». (Luca Sardella)

Trasfigurare. Tra i nonni si dà più senso alla vita 

«Superare la distrazione, soprattutto da noi stessi, e vedere il mondo con occhi diversi». Asia Temporin, 18 anni, ha imparato a farlo guardando i segni della tristezza, della solitudine, della gioia e dell’attesa alternarsi sui volti degli anziani che va a trovare. «Ho iniziato quasi per caso, accogliendo l’invito di una ragazza, e oggi, dopo tre anni, al momento dei saluti ho sempre il nodo in gola e mi sembra di non fare mai abbastanza», racconta la studentessa che insieme al gruppo «Giovani per la pace» della Comunità di Sant’Egidio si dedica ai nonni che abitano nel centro storico di Frosinone, intorno alla chiesa dell’Annunziata.

«Stiamo con loro il sabato pomeriggio, li aiutiamo, andiamo a comprare le medicine o a fare piccole commissioni, ascoltiamo i loro racconti e ci sforziamo di condividere tutto, anche gli argomenti meno piacevoli, come ad esempio quello della morte», spiega Asia sottolineando che l’incontro, o meglio «il legame forte di amicizia», non si limita a un solo giorno, ma diventa «uno stile» perché il pensiero corre inevitabilmente «a Sandro che sta sulla sedie a rotelle e se vuole andare a Messa ha bisogno di qualcuno che lo porti di peso giù per le scale, o a Maria che è sempre sola e non vede l’ora di stare con noi e prepararci dei buoni piatti». Questa, osserva, «è una grossa opportunità che permette di fare il bene, ma soprattutto di riceverlo».

Nel tempo, aggiunge la ragazza, «ho imparato l’ascolto e la pazienza e ho scoperto che stare con gli anziani aggiunge senso alla mia vita». «Sono sicura che Dio attraverso di me fa qualcosa di buono», sorride Asia. Del resto, «pregare non significa solo leggere un brano del Vangelo e alla fine dire amen, ma cercare di mettere in pratica quelle parole». Trasfigurandola realtà. (S.Car.)

Schermata 2015-09-24 alle 16.57.36da Avvenire, 23 settembre 2015

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