rassegna stampa

POnte vecchio a firenze

Il “cuore” di Firenze. Quattro testimoni alle radici della fede

di Riccardo Bigi

Il cardinale Dalla Costa, don Facibeni, La Pira, don Milani. Lo storico don Silvano Nistri ripercorre il significato di presenze che, con la coerenza del Vangelo, hanno saputo costruire la storia della comunità cristiana

L’umanesimo fiorentino non è solo Dante o Michelangelo: i partecipanti al Convegno ecclesiale nazionale hanno potuto “incontrare” a Firenze anche alcuni testimoni della fede del Novecento. Il cardinale Elia Dalla Costa, il prete degli orfani don Giulio Facibeni, il “sindaco santo” Giorgio La Pira, don Lorenzo Milani. A cercare il filo che li unisce ci aiuta don Silvano Nistri, memoria storica della Chiesa di Firenze. «Sono figure diverse – afferma – ma se vogliamo cercare un tratto comune è il desiderio di vivere il Vangelo in mezzo agli uomini del loro tempo, mettendo in gioco tutta la loro vita. Esempi di un umanesimo cristiano vissuto nella totale dedizione di sé a Cristo e ai fratelli».

Per tre di loro (Dalla Costa, don Facibeni, La Pira) è in corso anche la causa di beatificazione. «Intanto – sottolinea don Nistri – di questi tre nessuno è fiorentino: Dalla Costa è veneto, don Facibeni è romagnolo, La Pira è siciliano. Tutti e tre però a Firenze realizzano pienamente la loro vocazione». Secondo lo storico, «Dalla Costa ha i connotati di un vescovo d’altri tempi: per lui l’apostolato è soprattutto cura d’anime, predicazione. La Bibbia, da cui traeva insegnamenti morali: le virtù, la sobrietà, la povertà… ». Insegnamenti che poi diventano anche indicazioni concrete. «Quando scoppia la Seconda Guerra Mondiale – racconta don Nistri – viene fuori questo grande personaggio, difensore di uomini e di donne di ogni fede, che sa inventare tra parrocchie e conventi una rete per salvare gli ebrei». Tanto da fargli avere dallo Stato di Israele la medaglia di “Giusto fra le nazioni”.

Don Facibeni invece è l’uomo della carità. Romagnolo, si forma dagli Scolopi fiorentini; a Rifredi trova una parrocchia di periferia. Allo scoppio della prima Guerra mondiale, racconta don Nistri, «volle partire per stare vicino ai suoi giovani. Lassù, nella tragedia del Monte Grappa, si spoglia di tutte le sue certezze: tornerà con una medaglia al valore e con la tristezza di aver dovuto annunciare a madri e mogli la morte dei suoi ragazzi. Proprio nell’accoglienza degli orfani di quei morti, nasce il nuovo Facibeni: sempre legato all’amore per la verità, ma una verità che va fatta nella carità, nell’amore. Nell’affidamento alla Provvidenza». Nasce l’Opera Madonnina del Grappa, che ancora oggi cerca di dare risposte alle povertà vecchie e nuove. È proprio da don Facibeni che Giorgio La Pira imparò l’amore per i poveri. «Fu il primo gradino da cui poi verrà anche l’impegno in politica». Secondo don Nistri però «la santità di La Pira è diversa: in Dalla Costa e don Facibeni si vedono soprattutto le virtù cristiane, in La Pira invece si vede il soffio dello Spirito Santo, è come se camminasse sollevato da terra: l’intuizione, la freschezza, la poesia… È un personaggio altissimo anche dal punto di vista spirituale».

La storia di don Milani appartiene a una stagione diversa. «Intanto, di questi quattro, è l’unico fiorentino. Per inquadrarlo bisogna andare al 1943: mentre su Firenze cadevano le bombe, don Milani accompagnò don Raffaele Bensi al capezzale di un prete. Accanto alla salma di quel sacerdote disse: il suo posto lo prenderò io. Tre mesi dopo è in seminario. Quello che fa impressione è il “subito”, un “subito” che è quello del Vangelo ». L’altro momento impressionante è la morte, con quella frase che lui consegna con ironia ai suoi ragazzi: oggi vedrete un cammello che passa per la cruna di un ago. «Una morte in cui si vede la sua fede purissima, il suo attaccamento al sacramento della confessione: la testimonianza di un incontro forte con Cristo». Se si guarda a questi due momenti, la conversione e la morte, si capisce meglio anche tutto il resto: il don Milani di Barbiana, della Lettera a una professoressa, della difesa dell’obiezione di coscienza. Un umanesimo, anche il suo, tutto centrato su Cristo.

da Avvenire, 13 novembre 2015

 

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