rassegna stampa

L’altare del Papa fatto dai detenuti

di Riccardo Bigi

Alla Messa presieduta martedì da Papa Francesco nello stadio “Artemio Franchi” c’erano nelle prime file anche venticinque detenuti del carcere fiorentino di Sollicciano, insieme ad alcuni agenti, ai dirigenti dell’istituto penitenziario e al cappellano, don Vincenzo Russo. Erano a pochi metri dall’altare usato per la celebrazione liturgica che è stato costruito proprio nel laboratorio di falegnameria del carcere. Una presenza importante: proprio al Papa, sempre attento alle condizioni dei carcerati, i detenuti fiorentini avevano rivolto nei giorni scorsi una lettera accorata a cui Francesco aveva risposto assicurando la sua vicinanza e invitando a proseguire il percorso di cambiamento e rinnovamento interiore. A lavorare all’ambone, invece, sono stati i ragazzi del laboratorio di falegnameria di Villa Lorenzi, la struttura fiorentina fondata da Zaira Conti impegnata nella lotta al disagio giovanile. «È stata una grande fatica, ma anche una grande gioia – ha commentato Conti – che ha fatto sentire i giovani amati e apprezzati».

Altare e ambone, su disegno dell’architetto Riccardo Damiani, erano bianchi con cornici verdi in rame: un accostamento che voleva richiamare le geometrie del Battistero di Firenze e i materiali della chiesa dell’Autostrada progettata da Michelucci: due edifici espressione di epoche lontanissime, ma capaci di dialogare tra loro. Dietro le colonne dell’altare (che richiamavano le sbarre del carcere), una croce disegnata da Paolo Penko ispirata alla croce del San Giovanni Battista di Andrea del Sarto. La scelta di coinvolgere il carcere e Villa Lorenzi è stata del cardinale Betori. «Mi sembrava significativo – ha spiegato il porporato – che accanto al Papa potessero esserci due segni che rimandavano alla periferia umana a cui il Papa ci richiama, due situazioni di particolare disagio, marginalità, problematicità ma anche di speranza, perché fabbricare qualcosa significa essere in una prospettiva di futuro e non semplicemente di chiusura».

da Avvenire, 12 novembre 2015

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