rassegna stampa

I lavori di gruppo

Le cinque “vie” del rinnovamento

di Mimmo Muolo

Trasparenza e accompagnamento, capacità di ascolto e impegno formativo, dialogo e attenzione concreta agli ultimi. Così i protagonisti del Convegno ecclesiale hanno trasformato le parole chiave delle assise, cioè uscire, annunciare, abitare, educare e trasfigurare, in sfide per una Chiesa autentica testimone del nuovo umanesimo

In principio erano ‘solo’ cinque verbi. Poi cinque vie. Oggi sono una valanga di proposte, che lette alla luce del discorso del Papa, costituiscono il primo passo della ‘traduzione sinodale in italiano’ dell’Evangelii gaudium. Proprio come chiesto da Francesco, martedì scorso. Trasparenza e accompagnamento. Capacità di ascolto del mondo e impegno educativo, sguardo diverso e trasfigurante della realtà. In una parola una Chiesa compagna di strada e perciò testimone di un nuovo umanesimo. Funziona, dunque, il metodo dei 200 ‘tavoli’ da dieci. Decine e decine sono infatti anche le idee scaturite dai momenti di approfondimento delle cinque vie (uscire, annunciare, abitare, educare e trasfigurare). Gruppi da dieci persone. Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici insieme. Tutti allo stesso livello, con facoltà di parlare (e ovviamente di ascoltare). Un metodo molto apprezzato ed efficace, almeno stando ai primi echi di ieri (oggi le relazioni finali). E una ricchezza che chiede ora di innervare la vita pastorale di diocesi, parrocchie, comunità.

USCIRE. La prima via è sinonimo anche di «purificare ». «Una Chiesa in uscita – afferma don Antonio Mastantuono, parroco della diocesi di Termoli-Larino e docente di pastorale alla Lateranense – è innanzitutto una Chiesa che si rinnova». In sostanza, a livello interno, una comunità che sa fare sinfonia delle diversità, trasparente nella gestione dei beni e nei luoghi decisionali, capace di parresia. A livello esterno, aggiunge il sacerdote, «una Chiesa che non ha paura di esplorare territori nuovi e quindi di sperimentare, anche correndo il rischio di sbagliare ». Dai delegati è giunta anche una proposta suggestiva: l’invio di sacerdoti nelle diocesi della Penisola che maggiormente ne hanno bisogno. Una sorta di fidei donum all’italiana. «Uscire – afferma monsignor Filippo Sarullo di Palermo – significa cambiare l’atteggiamento dei laici impegnati nei consigli pastorali. Non sono dei quadri di un’azienda, ma persone che devono sintonizzarsi con i bisogni dei territori, a parrtire dalle periferie più lontane».

ANNUNCIARE. «Sburocratizzare l’annuncio» è anche l’esigenza segnalata dai gruppi della seconda via. No al cleriscalismo che affligge sacerdoti e laici, riassume don Mariano Salpinone, parroco a Formia e docente all’Istituto teologico di Anagni. «La parrocchia sia sempre più incrocio e piazza, meno istituzione immobile. Gli uffici diocesani adottino percorsi chiari e comuni». E poi lo stile. Quello del Samaritano, naturalmente. «L’annuncio della carità – afferma il sacerdote – si fa agendo e non parlando. L’annuncio del kerigma richiede accompagnamento, la capacità di portare le persone a un incontro diretto con Cristo ». Nei gruppi, molta attenzione è stata riservata, sotto tale profilo, agli immigrati. «Sono un’opportunità di annuncio, non un problema », conclude don Salpinone.

ABITARE. Tema, quest’ultimo, ripreso anche dalla peculiare angolatura della terza via. «Abitare richiede di guardare agli immigrati oltre l’emergenza», afferma suor Alessandra Smerilli, segretaria del Comitato delle Settimane sociali. «Li vediamo come un fastidio? Perché invece non pensiamo quale ricchezza possono portare?». Qualcuno ha anche proposto la costituzione di una banca delle competenze di chi arriva. Perché spesso si tratta di persone istituite che hanno molto da dare. Naturalmente il verbo abitare si può coniugare anche in altri modi. «Abitare la città e la politica sapendo ritrovare il coraggio di una denuncia che passa da una testimonianza di vita fatta di trasparenza e legalità. Abitare i mondi digitali senza paura. Abitare le fragilità in modo da mettere in cattedra gli ultimi. Infine – sottolinea la religiosa – abitare gli stessi beni della Chiesa come strumenti per un autentico annuncio evangelico».

EDUCARE. È forse questa la via più trasversale di tutte. E lo si nota dalle proposte: «Si va dalla riscoperta degli oratori alla predisposizione di itinerari di educazione all’affettività e alla sessualità – ricorda Paola Dal Toso, segretaria generale della Consulta nazionale delle aggregazioni laicali –. Dalla formazione degli adulti alla formazione permanente fatta insieme, preti e laici». E poi sensibilizzazione alla cittadinanza attiva, al bene comune e alle problemtiche ambientali e percorsi di formazione alla politica. «Molti amministratori pubblici – ricorda Dal Toso – chiedono luoghi di confronto, perché spesso si sentono abbandonati a se stessi, in balia di problemi di difficile soluzione». Per i giovani poi è stata sottolineata l’importanza di esperienze di educazione nelle Caritas e nel carcere». L’arte, infine, è via da valorizzare sempre più per l’annuncio del Vangelo.

TRASFIGURARE. La quinta via è la capacità di uno sguardo diverso e rigenerante. «Come quello di Gesù», afferma padre Luigi Gaetani, presidente della Conferenza dei superiori maggiori d’Italia. «La Chiesa italiana deve interiorizzare sempre più questo sguardo che cambia le relazioni sul posto di lavoro, nell’ambito familiare, in tutti i luoghi della vita, perché – sottolinea il religioso – tocca gli uomini e le donne del nostro tempo, prendendosene cura». E tra gli strumenti del trasfigurare ne è emerso uno antico e sempre nuovo come la pietà popolare, naturalmente depurata da alcune incrostazioni. «Essa è radicamento sul territorio, capacità di coinvolgere le persone e di vivere la fede non solo come intelletto, ma anche come emotività e affettività». In un certo senso via sinodale essa stessa.

da Avvenire, 13 novembre 2015

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