rassegna stampa

L’umanesimo fiorentino di Wojtyla e Luzi

di Antonio Giuliano

Nel 1986 il poeta fiorentino e il Pontefice polacco in visita nel capoluogo toscano mettevano in guardia da un umanesimo che non guarda in alto, proprio come aveva intuito Paolo VI

«L’umanesimo fiorentino, da cui trasse identità l’Europa moderna è stato ed è un messaggio per sempre e per tutti, non solo per gli specialisti di ricerca storico-letteraria. Il ritorno ai greci e ai romani non fu una fuga dal presente nel passato, ma, dentro la continuità della tradizione e professione cristiana, il recupero di una ricchezza autenticamente umana per un suo più alto avvaloramento nell’orizzonte della fede».

papafi6Era il 18 ottobre 1986. Con queste parole papa Giovanni Paolo II in visita a Firenze ricordava agli uomini di cultura che l’umanesimo non fu affatto l’inizio di un processo storico di smarcamento dell’uomo rispetto a Dio o dal sapere trasmesso della Chiesa (come pure continuano a scrivere certi manuali scolastici contrapponendolo ai ‘secoli bui’ del Medioevo). E a rincarare la dose ci aveva pensato qualche istante prima Mario Luzi nel suo saluto al pontefice: «L’uomo, si imparò qui a Firenze a dire questa parola con particolare intenzione, come intendendo un prodigio in cui la creazione si fosse identificata con il Creatore o come di un mistero di cui fosse impossibile delineare i contorni, ma simultaneamente la scienza e l’esperienza, cresciute insieme con la storia drammatica, persuadevano ad abbassare il tono di quella enfasi mistica. Sotto il nome di uomo è indicata troppo spesso una entità che sembra così poco umana». Il poeta fiorentino consapevole anche delle tragiche ideologie del Novecento smontava di fatto la visione idilliaca di un umanesimo in cui l’uomo non ha altro riferimento che se stesso.

luzi-FirenzeUn discorso che ritorna prepotentemente d’attualità in vista del prossimo Convegno ecclesiale nazionale che si terrà proprio a Firenze e rilancerà un nuovo umanesimo cristiano. C’è la consapevolezza che Cristo, può essere ancora la risposta alla sete di verità dell’uomo, tanto più oggi in un momento di grande smarrimento spirituale. La Chiesa, come il Samaritano, è pronta a chinarsi sulle ferite di tutti, credenti o meno. Era del resto questa l’intuizione di Paolo VI nella magistrale allocuzione che chiuse il Concilio Vaticano II, quando rivolgendosi agli «umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme » chiedeva di riconoscere «il nostro nuovo umanesimo: anche noi, più di tutti, siamo i cultori dell’uomo». Di fronte alla pretesa fallimentare di fare i conti col significato della propria vita con la sola ragione la Chiesa ripropone la fede in Gesù di Nazaret. Nella certezza che come aveva ricordato il Concilio: «Chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo». O per dirla ancora con le parole di Luzi: «Dove non può giungere l’umanesimo può giungere l’amore nella sua specie più alta e gratuita di carità, che forse dell’umanesimo è la cima svettante».

da Avvenire, 2 agosto 2015

1 Commento a “L’umanesimo fiorentino di Wojtyla e Luzi”

  1. Silvana
    il

    L’amore nell’osservazione dei bisogni dell’uno e dell’altro… è tutto, è armonia universale, Regno di Dio reso in visione dal Signore Gesù 2000 anni fa……………………..

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