segni dell'umano

Raffello, Madonna Sistina, Dresda, Gemaldegalerie

Madonna Sistina

di Giuseppe Frangi

Raffaello, Madonna Sistina (1513-1514 circa), Dresda, Gemaldegalerie

Gioconda a parte, non esiste quadro al mondo che abbia tanto interessato scrittori e filosofi quanto la Madonna Sistina di Raffaello. Oggi la tela è conservata alla Gemaldegalerie di Dresda, uno dei più bei musei del mondo, ma era stata dipinta per i Benedettini della Chiesa di San Sisto a Piacenza, per volontà di Giulio II: un omaggio a papa Sisto IV, che come lui era della famiglia Della Rovere. Nella pala infatti compaiono anche san Sisto (che è però papa Sisto II, morto nelle persecuzioni sotto Diocleziano) e santa Barbara.

Alla metà del ’700, i monaci sotto pressione per i debiti accumulati, cedettero alle lusinghe di Augusto III grande elettore di Sassonia, che stava mettendo insieme una ricchissima raccolta di arte rinascimentale. Arrivando nel Nord Europa, per quel celebre quadro iniziò un’altra storia, assolutamente imprevedibile. Calamitò infatti l’attenzione di quasi tutti i grandi filosofi e poeti sia tedeschi che, poi, anche russi. Arrivarono qui in “pellegrinaggio” Goethe (l’immagine finale del Faust fa riferimento alla Madonna di Raffaello), Hegel, Novalis, Dostoevsky, Puskin, Schopenauer, Bulgakov, Grossman: solo per citare alcuni dei nomi più famosi. Ma cosa aveva di speciale questa tela da attirare un’attenzione così unanime e anche così profonda? È una domanda alla quale è difficile trovare una risposta, anche perché ognuno di quei grandi nomi si è avvicinato al quadro, dandone un’interpretazione personale e sempre molto soggettiva, a volte con veri e propri scivoloni mistici. Pavel Florenski, il grande monaco e pensatore russo, spiegò, non senza buoni motivi,  che la Madonna Sistina parlava agli occhi dei russi perché aveva la stessa dinamica dell’icona: era non una rappresentazione, ma una visione ed era costruita a “prospettiva rovesciata”. Cioè non aveva dietro di sé uno spazio scenografico, ma veniva in avanti verso chi guardava.

Ma forse la spiegazione più acuta e persuasiva la diede Martin Heidegger. Il quale non disse la sua sulla Madonna Sistina ma cercò di capire perché quel quadro avesse finito con il suggestionare profondamente tante grandi menti. E per Heidegger la spiegazione sta nel fatto che portata in un Museo, slegata dal suo “luogo” d’origine e dal rapporto fisico con l’altare che le stava sotto, è come se quell’immagine meravigliosa fosse rimasta irretita da uno spaesamento. Così il suo messaggio si era ingarbugliato ed era diventato ultimamente interpretabile a piacimento.

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