rassegna stampa, umanesimo digitale

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Impariamo a dire la verità con il linguaggio della bellezza 

di Chiara Giaccardi

In un mondo dove dilagano monoteismo dell’io e messianesimo della tecnica, come tornare a parlare di Dio in un modo che non sia solo nostalgico o difensivo?

«Nell’era dell’informazione istantanea, le dicerie sono la realtà», scriveva McLuhan mezzo secolo fa. Da una parte, la ‘fabbrica della notizia’ è capace di trasformare ciò che è irrilevante in un evento: già il fondatore di Le Figaro sosteneva che per i suoi lettori era più importante l’incendio in un solaio del quartiere latino che lo scoppio di una rivoluzione in Spagna. Dall’altra parte, i criteri di notiziabilità decretano che solo alcuni accadimenti assurgano al rango di notizia (di solito quelli più catastrofici, o legati a interessi economici). E peraltro il ciclo della notizia è estremamente breve: l’informazione ha sempre una data di scadenza molto ravvicinata, come mostra il crollo di notizie sul Nepal, dove l’emergenza è tutt’altro che risolta.

Non solo. Un ulteriore livello di distorsione è quello denunciato pochi giorni fa da papa Francesco a proposito delle famiglie, già provate dalla crisi economica: «A questi fattori materiali si aggiunge il danno causato da pseudo-modelli, diffusi dai mass-media basati sul consumismo e il culto dell’apparire, che influenzano i ceti sociali più poveri e incrementano la disgregazione dei legami familiari».

I media digitali non sono da meno: da una parte la politica ha imparato a usare blog e social media in chiave populistica, per costruire l’illusione di un rapporto diretto che in realtà serve a strappare consenso e delega. Dall’altra anche su questi territori si rischia di replicare la sterile logica degli schieramenti contrapposti e l’effetto ‘stanza degli echi’: si ascolta solo chi ci somiglia, si insulta chi la pensa diversamente.

Ma il quadro è solo così fosco? No, ci sono anche buone notizie. E, come scriveva ancora McLuhan nei suoi aforismi, «non lo avrei visto se non lo avessi creduto». Se si esce dall’imperativo tecno-economico (tecnico: quel che è fattibile va fatto; economico: quel che rende va fatto) e si adotta uno sguardo di simpatia per ciò che è umano si può acquistare una grande libertà anche nell’ambito della comunicazione mediale. Che poi è il senso dell’adagio medievale «ubi amor ibi oculus» . È l’amore che ci regala gli occhi per vedere ciò che altrimenti pare non esistere.

Ripartire dalla ‘svolta antropologica’. È questa la possibilità che si vuole esplorare nel cammino verso Firenze 2015, anche in quell’importante incontro di preparazione che sarà il laboratorio del 13 giugno a Napoli: «Leggere i segni dei tempi, parlare il linguaggio dell’amore». Una vera maratona in 4 tappe (la scuola, l’università, la comunicazione, i media e le arti) che cercherà di far emergere il contributo ‘umanizzante’ di ciascuno di questi ambiti, attraverso la voce di alcuni protagonisti che offriranno la loro testimonianza di ‘lettori di segni’ che cercano poi di raccontare con amore: perché, come ha scritto Marko Ivan Rupnik sulle colonne di questo giornale qualche giorno fa, l’idea che non è capace di incarnarsi come bellezza dimostra la propria impotenza. Siamo ormai abituati a duellare con le parole, cercando di ferire l’altro: è possibile invece una comunicazione capace di dire la verità nel linguaggio della bellezza? Di alimentare la speranza senza raccontare favole? Di sfuggire alla doppia trappola del cinismo nichilista e del buonismo consolatorio e un po’ stucchevole? Di usare lo straordinario dono del linguaggio in modo capace di rompere slogan e luoghi comuni e aprire, in modo creativo e libero, finestre di comprensione e interpretazione per immaginare nuove vie di umanità?

La televisione ha ridotto il mondo a un villaggio globale, scriveva McLuhan. Ma come promuovere, in questo villaggio che ha i confini del mondo, l’ospitalità e la benevolenza piuttosto che la globalizzazione dell’indifferenza, pronta a diventare ostilità? Come cercare insieme, fuori dalle retoriche e nella consapevolezza delle difficoltà, vie umane per attraversare questo tempo?

In un mondo secolarizzato, dove l’unica religione sembra il monoteismo dell’io e il messianesimo della tecnica, dove oltre alla miseria materiale dilaga quella simbolica, come tornare a parlare di Dio in un modo che non sia solo nostalgico o difensivo? Come comunicare la buona notizia di essere figli amati e salvati, e dunque fratelli chiamati ad amarci tra noi, usando un linguaggio adatto ai tempi?

Questo è il tempo delle domande, ma anche il tempo di cercare insieme direzioni verso cui camminare. È quello che ci aspettiamo da Firenze e quello per cui ci stiamo preparando nel frattempo. Anche a Napoli.

da Avvenire, 7 giugno 2015

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