umanesimo digitale

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Per un’ecologia della comunicazione

di Adriano D'Aloia

L’urgenza della cura dei media come «case da abitare». L’umanità è l’ambiente che circonda i media, non viceversa

Nel campo della comunicazione la parola «ecologia» prim’ancora che all’idea di salvaguardia delle risorse naturali (tuttavia il fenomeno dell’«inquinamento comunicativo» è assolutamente attuale!) rimanda a una precisa concezione del rapporto fra l’uomo e i media. Secondo la prospettiva «ecologica» della comunicazione, i media sono veri e propri ambienti entro cui ha luogo la vita umana, habitat artificiali dai confini talmente estesi da circondare e immergere totalmente l’uomo, tanto che quest’ultimo è inconsapevole dell’esistenza di tali confini. Come un pesce che non sa cos’è l’acqua… Le nostre percezioni, le nostre conoscenze, i valori, le emozioni e ogni aspetto dell’agire sarebbero influenzati da questa inavvertita pervasività, se non persino determinati dall’esistenza stessa dell’ecosistema mediale. I media – scriveva il sociologo Neil Postman, uno dei padri della media ecology – «non sono dei meri strumenti per facilitare le cose. Sono degli ambienti all’interno dei quali noi scopriamo, modelliamo ed esprimiamo in modi particolari la nostra umanità».

Tuttavia scoprire, modellare ed esprimere la nostra umanità sono attività autenticamente libere solo se siamo consapevoli dei confini dell’ambiente mediale, e se assumiamo un atteggiamento che ci renda non semplici «organismi» di un habitat, bensì agenti capaci di abitare l’ambiente. L’ecologia dei media diventerebbe casomai una branca dell’ecologia umana: l’umanità è l’ambiente che circonda i media, non viceversa.

Entra in gioco in questo senso l’altra accezione del termine «ecologia»: la «cura della casa comune», per citare il sottotitolo dell’enciclica Laudato si’. «Eco» (oikos, in greco) significa «ambiente», ma anche proprio «casa». I media come ambienti non sono dunque viali da percorrere o parcheggi in cui sostare. Sono case da abitare. In un’epoca in cui l’uomo è insidiato dalla tecnoscienza, come denuncia la stessa enciclica, la «cura» dell’ambiente mediale non è uno stare passivo, bensì un abitare questa casa, e dunque un’esperienza attiva che dipende dalla qualità dell’impegno di chi vi dimora. Un abitante che, per quanto ospite temporaneo, ha la responsabilità di preservare la casa per i futuri inquilini…

Come scrive papa Francesco nella Laudato si’ nel paragrafo 47 dedicato proprio ai pericoli dei media digitali: «I mezzi attuali permettono che comunichiamo tra noi e che condividiamo conoscenze e affetti. Tuttavia, a volte anche ci impediscono di prendere contatto diretto con l’angoscia, con il tremore, con la gioia dell’altro e con la complessità della sua esperienza personale».

Le attività comunicative legate al Convegno di Firenze, proposte a tutti e non solo agli esperti, cercano di tradurre nel concreto questo cambio di paradigma: essere abitanti (digitali, ma reali!) di Firenze 2015 significa dialogare, interagire, generare, offrendo il proprio contribuito al sito, aderendo alle iniziative lanciate attraverso i social, sperimentando modalità nuove di dono della propria esperienza e di «cura della casa comune». Non per contribuire a quella «mera accumulazione di dati che finisce per saturare e confondere, in una specie di inquinamento mentale», come avverte il Papa, ma per avere un mezzo in più per condividere le nostre angosce, il nostro tremore, la nostra gioia.

da Avvenire, 5 luglio 2015

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