#FIRENZE2015lab, rassegna stampa

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«La sfida» di Perugia, dialogo nella fraternità

Le relazioni della seconda giornata /1

di Maria Rita Valli

Possono le religioni incontrarsi su un’idea di uomo e di umanità che porti alla pace? Quello che molti vedono come impossibile identificando le religioni ‘del Libro’, come portatrici di conflitto per il loro monoteismo, è stato presentato non solo come possibile ma come necessario esito di una interpretazione autentica della fede nell’unico Dio. Sul tema si sono confrontati ieri mattina al Laboratorio di Studio in preparazione al Convegno ecclesiale nazionale di Firenze che si conclude oggi a Perugia, il teologo cattolico Piero Coda, dell’Istituto Universitario Sophia, il musulmano Adnane Mokrani, docente al Pontificio Istituto di Studi arabi e di islamistica, e Brunetto Salvarani, della Facoltà teologica dell’Emilia Romagna, che oltre a moderare l’incontro ha portato la voce dell’ebraismo non potendo essere presente il rabbino Giuseppe Laras. «Quando il Papa dice che una lettura autentica del Corano non permette la violenza ha scelto i suoi interlocutori e toglie credibilità ai terroristi» ha detto Mokrani, rispondendo ad una domanda del pubblico sul terrorismo islamico e sulla diffidenza crescente della gente nei confronti delle persone di religione islamica. Perché il «vero pericolo» – ha aggiunto Mokrani –, è che «il terrorismo marginalizza i musulmani che credono nella pace» facendo crescere una ostilità («quando parlo nelle parrocchie sento questa difficoltà», ha detto) che a sua volta alimenta il terrorismo. Ma l’islam non si identifica con l’Is, e Mokrani nella sua relazione ha proposto una interpretazione spirituale di alcuni passi del Corano per mostrare la contraffazione che del Libro sacro viene fatta da una lettura fondamentalista e violenta, una lettura che ne altera l’ispirazione profonda. La diffidenza verso i monoteismi e le religioni in genere, però, ha avvertito Salvarani, è anche una eredità delle guerre di religione dell’Europa dell’età moderna. Guerre in cui si sono uccisi tra cristiani nell’affermazione delle proprie identità. E per lungo tempo la cultura occidentale ha trovato come unica via per evitare le differenze opporvi una tolleranza fondata sulla indifferenza. Questa è la stessa risposta alla base della negazione delle feste religiose nelle scuole ma, ha aggiunto Salvarani, oggi il «prendersi cura dell’altro, e dell’altra religione è l’altra via e di questo si nutre la capacità di dialogo» che trova, però scuola, società, politica, e le stesse comunità ecclesiali, impreparati.

[Foto Siciliani]

Perché non prendiamo sul serio l’Evangelii gaudium dove papa Francesco invita a non «occupare spazi ma avviare processi»? Così Piero Coda, anch’egli rispondendo alle domande, ha introdotto due proposte ai vescovi italiani: creare gruppi di lavoro sull’antropologia di pace nei quali invitare altre fedi per un dialogo e ascolto reciproco, e quella di creare a livello italiano, come c’è a livello europeo, una assemblea ecumenica e interreligiosa in cui discutere come affrontare tematiche comuni. E poi la richiesta di una formazione di clero e laici adeguata alla situazione del nostro tempo, una educazione al dialogo a partire da una ri-comprensione del «monoteismo trinitario cristiano» che «è attraversato al suo interno dal principio di alterità» e da una fraternità radicata nella Parola di Dio, che nella creazione dice: «è bene che l’altro sia». Una «scuola di dialogo» in cui «imparare ad essere amici senza nascondere la propria identità, per discernere cosa è conforme alla fede nell’unico Dio e cosa è proiezione del nostro egoismo» può essere il contributo dei credenti ad una società civile, politica, culturale «completamente sorda» su questo fronte, ancora incapace di prendere atto «della risorsa che di per sé le religioni possono costituire per la stessa società e i suoi assetti istituzionali».

da Avvenire, 9 maggio 2015

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