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Quel dentro che è fuori

di Piero Coda

L’interiorità è la prima cifra dell’umanesimo d’ispirazione cristiana. Ma un’interiorità che attira “dentro” e “oltre” solo per riinviare “fuori”.

«Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, la tua anima, la tua mente, la tua vita» e, perciò, «ama il prossimo tuo come te stesso». È questa infatti la chiave – semplice e risolutiva – dell’umanesimo che s’accende dal Vangelo di Gesù.

Perché, a guardar bene le cose o meglio a cercare d’esercitarle con cuore sincero, l’interiorità verso cui Gesù ci guida è tutt’altra da quella che, forse, siamo abituati a pensare. È un’interiorità, per dir così, esteriorizzata. Senza lasciare di essere interiorità.

La relazione con Dio – di gratuità, di libertà, di misericordia e di reciprocità nel dono – a cui ci si apre e che si sperimenta in quel “dentro” di sé che è un “oltre”, si fa reale e concreta nella relazione con il prossimo.

Se l’interiorità fosse soltanto un essere tirati fuori – da sé e dal mondo – non potrebbe essere principio di un vero umanesimo: sarebbe fuga dal mondo e dunque da sé e dagli altri. No. Dio s’è fatto uomo, il Verbo s’è fatto carne – e sino all’abisso del lancinante “perché?” sulla croce. La via all’umanesimo che si sprigiona da Gesù è la via di un’interiorità spalancata verso l’altro.

Anzi, la via dell’altro è tutt’uno con la via dell’interiorità: ne è l’espressione, la prova e la verifica, il caso serio. Perché è in questo venire dall’interiorità, è in questo esprimere l’esercizio di una vera interiorità, che l’esteriorità dell’incontro con l’altro rappresenta oggi la soglia di novità dell’umanesimo di cui parliamo. Una novità cercata, intuita, attesa.

Sull’altro dunque – nel pensiero e nella prassi – ha da misurarsi l’umanesimo che, per dirla con Ernesto Balducci, punta dritto lo sguardo, l’immaginazione, la decisione e le energie su “l’uomo inedito”, l’uomo che ancora ha da essere espresso e sperimentato. Insieme. Nell’incontro.

E dire questo è dire una cosa grossa.

Parlare infatti d’interiorità che, da “dentro” e da “oltre”, si apre e quasi si rovescia nel “fuori” dell’esteriorità, senza dimettere d’essere interiorità ma piuttosto così realizzandosi, significa che il “fuori” di me nella relazione con l’altro va… interiorizzato in un’interiorità più grande!

Che non è la mia, la tua, la sua – ma la nostra. Un’interiorità che è abbracciata dall’Abisso (di libertà e di amore) in cui ognuno di noi è accolto. Per dispiegarsi da essa come un arcobaleno che rifrange in mille colori la luce da cui si sprigiona.

Fonte: Città Nuova

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