segni dell'umano

Bernini Cristo in meditazione

Sofferenza, meditazione, umanità

di Alessandro Rossi

Gian Lorenzo Bernini, Cristo in meditazione (già Cristo deriso), 1635 circa, olio su tela, 147 x 99,5 cm, collezione privata

Unanimemente attribuito a Gian Lorenzo Bernini l’opera è un dipinto su tela databile verso il 1635 appartenente a una collezione privata. È stata esposta nel 2007 nella mostra “Bernini pittore” tenutasi presso la Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma. Al di là dell’esiguo corpus pittorico lasciato da Bernini, costituito per lo più da autoritratti, quello che sorprende nella tela in esame è la capacità dell’artista di rappresentare Cristo in tutta la sua umanità, mostrandone non solo le debolezze fisiche ma anche, e soprattutto, quelle psicologiche. L’uomo, come tutti gli animali del creato, può soffrire ma, a differenza di quest’ultimi, di tale sofferenza ne fa motivo di meditazione. L’uomo non può fare a meno di chiedersi il motivo del male che inevitabilmente subisce a causa di altri uomini come lui. In questo, talvolta accanito, domandarsi la mente si assorbe e si incanta, vagando in uno spaesamento che lascia interdetti, quasi annichiliti.

Come sospeso nella propria solitudine, il Cristo di Bernini ha la potenza di mostrare tutta l’umanità del figlio di Dio. Lo fa in modo sottile, senza mostrare le terribili ferite delle fustigate, né i rivoli di sangue sulla fronte causati dalla corona di spine, pur presente. L’artista immerge il protagonista in un’atmosfera cupa, ovattata, quasi insonorizzata dal panno rosso che riveste le pareti. Panno che aprendosi come la tenda di un palcoscenico mette in scena l’isolamento di un Cristo dallo sguardo perso nel vuoto. Gesù è seduto, spossato, si inclina come a volere trovare un appoggio a cui posare la schiena per non crollare a terra, tiene i polsi incrociati e con due dita della mano destra regge la canna-scettro, come prevede la tradizionale iconografia dell’“Ecce homo”.

Eccolo quindi l’uomo: solo, sofferente, spaesato, in meditazione sulle sue stesse sofferenze e sul male che affligge l’Umanità intera. Bernini, maestro nel fermare nel marmo il momento culmine di un’azione concitata, come appare con plastica evidenza nell’Apollo e Dafne e nel Davide della Galleria Borghese, in questo dipinto non ha voluto rappresentare un’azione bloccata nel disegno e nel colore ma rendere visibile la sottile vibrazione psicologica prodotta dalla mente del protagonista. Il Cristo di Bernini è fermo, seduto, inattivo, ma in lui freme il pensiero. Non è la ieratica manifestazione della divinità ferita ma l’uomo in cui vive il progetto divino, non l’icona distante ma il fratello dell’uomo a essere effigiato.

Vi sono dei momenti di passaggio, dei ponti fra un episodio e l’altro del Vangelo che non vengono raccontati né rappresentati perché in essi sembra non succedere nulla di importante. Bernini ha deciso invece di raccontare con il pennello uno di questi momenti. “Cristo deriso” è il titolo che è stato ufficialmente dato al dipinto in esame. Tale titolazione non descrive però la scena rappresentata dall’artista, non vi sono infatti i soldati romani a dileggiare e malmenare Gesù, re dei Nazzareni. Il dipinto rappresenta il momento successivo, quello in cui Gesù, già torturato, insultato e umiliato, viene lasciato solo con se stesso. Il compito di dileggiare la figura del Cristo non può certamente essere lasciato allo spettatore, che ricoprirebbe il ruolo scomodo dei soldati romani, come viene suggerito da Tomaso Montanari nella scheda del catalogo della mostra (2007, p. 138). Al contrario, il coinvolgimento dello spettatore è di natura emotiva e tende a fare partecipare empaticamente all’umiliazione non solo fisica ma anche psicologica di Cristo.

Spostando l’analisi del dipinto a un livello più euristicamente ardito, si potrebbe concentrare l’attenzione sul mantello rosso in primo piano che, dietro le spoglie di parodica insegna regale, non cade a terra con la stessa morbidezza del tendaggio nell’angolo opposto della composizione, ma si irrigidisce, divenendo, ai nostri occhi, scultura astratta. Scultura che pare strutturarsi assecondando con spezzate linee geometriche la posa obliqua del Cristo, incorporandone, quasi per osmosi spirituale, lo stato emotivo. Mutuando il concetto di “dissimile” elaborato dal filosofo e storico dell’arte Georges Didi-Huberman, è possibile riconoscere nell’elemento “informe” di questo tessuto-statua la dignità di una figura che, pur nella sua quasi impenetrabile irriconoscibilità, si fa presenza. Presenza viva e discreta che, “seduta” accanto al Cristo in meditazione, apre alla visione paziente, sostenendo e confortando la solitudine dell’osservatore che, come il Gesù berniniano, non può che riflettere sulle umiliazioni subite, sapendo intimamente che il Padre non lascia soli, perché Egli è così remoto eppur così vicino.

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