rassegna stampa

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Sui passi della bellezza divina

di Alessandro Beltrami

Un divorzio, un ponte interrotto. Sono state usate molte metafore per descrivere la separazione tra Chiesa e arte. Uno stallo che ha radici antiche, almeno alla fine del Settecento, e che tra Otto e primo Novecento si è ulteriormente indurito. Eppure è lecito il sospetto che al fondo sia rimasta una nostalgia: se non reciproca almeno da parte degli artisti. Che hanno lanciato, in questo dialogo sospeso, numerosi segnali. A cui oggi, sempre più spesso, arrivano risposte forti e chiare. Per capire come questo lungo periodo sia stato meno buio di come di solito lo si pensa, è utilissima una visita a «Bellezza divina tra Van Gogh Chagall e Fontana», mostra che si apre il 24 settembre a Palazzo Strozzi, una delle più prestigiose sedi espositive di Firenze. Allestita in occasione del Convegno ecclesiale nazionale e curata da Lucia Mannini, Anna Mazzanti, Ludovica Sebregondi e Carlo Sisi, è una riflessione sul rapporto tra arte e sacro tra metà Ottocento e metà Novecento attraverso oltre cento opere dei principali artisti artisti italiani, tra cui Domenico Morelli, Gaetano Previati, Felice Casorati, Renato Guttuso, Lucio Fontana, Emilio Vedova, oltre a una selezione dei grandi maestri internazionali come Vincent van Gogh, Jean-François Millet, Edvard Munch, Pablo Picasso, Max Ernst, Georges Rouault, Henri Matisse. Molte di queste opere sono note, ma raramente sono state studiate in quest’ottica. Ed effettivamente se si sfogliano i manuali di storia dell’arte si noterà come, dopo essere stata la protagonista indiscussa per gran parte delle pagine, quella sacra scompare. Queste opere dimostrano invece come il sacro sia un fiume carsico ma potente. Con una diffusione che può anche sorprendere. Oleografie con l’Angelus di Millet, presente in mostra, erano diffuse nelle case dei contadini che, senza sapere neppure di chi fosse quel quadro, si vedevano perfettamente ritratti nella spiritualità semplice e profonda. Certo, quella che scorre nelle sale di Palazzo Strozzi non è più l’arte sacra di un tempo. Scende dagli altari ed entra direttamente nel dibattito: artistico e sociale. La storia di Cristo, il volto della Vergine diventano un filtro attraverso cui leggere il reale, a partire dalle sue tragedie: basti pensare all’enorme numero di crocifissioni dipinte o modellate dagli artisti negli anni dei totalitarismi e della Seconda guerra mondiale.

Come la Crocifissione bianca di Chagall o quella – all’epoca contestatissima e oggi capita nella sua profondità – di Guttuso. Sono opere che spesso rivelano una tensione e una religiosità autentica e che in molti casi anticipano molte delle istanze della Chiesa del Concilio Vaticano II. Il percorso – che arriva fino all’Anno Santo 1950 – parte documentando la qualità pittorica ma anche l’ecclettismo degli stili della pittura sacra di tipo accademico, passando poi al fascino esercitato sul Simbolismo dal soggetto della Madonna come «Rosa Mystica». La sezione centrale procede seguendo la narrazione evangelica, dall’Annunciazione alla Passione e Resurrezione, con opere da Maurice Denis a Giuseppe Capogrossi, da Odilon Redon e Arturo Martini a Lucio Fontana. Una sezione è dedicata a Gino Severini, autore che dialogò strettamente con Maritain. Dopo segmenti dedicati all’architettura e il ruolo pubblico della religione, l’ultima sezione è dedicata alla dimensione privata e intima della preghiera.

da Avvenire, 20 settembre 2015

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