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Trasfigurare: pienezza di vita, fedeltà alla storia

di Pierluigi Lia

“Trasfigurare” è l’ultimo dei cinque verbi proposti alla nostra considerazione dalla Evangelii gaudium. Se è vero che tutti e cinque sono strettamente intrecciati, trasfigurare, in particolare, porta a evidenza un connotato specifico sia dell’educare cristiano sia del modo di abitare il mondo e il tempo cui il Vangelo ci vorrebbe addestrare. L’uomo esiste trasfigurando la realtà e lo Spirito di Gesù soffia perché ognuno possa conseguire così il bene e la bellezza dell’esistenza. Trasfigurazione, infatti, non è estraniazione: come per Gesù è pienezza di vita, fedeltà alla storia. La trasfigurazione opera sulla realtà dell’uomo e del mondo, sugli eventi di cui spesso non cogliamo che la superfice o il profilo più doloroso, e li conduce a configurare scenari inattesi, esperienze insperate. Così facendo rivela potenzialità dell’uomo che l’immediatezza tende ad occultare. Il cristiano sa che c’è una bellezza, una ricchezza dell’umano, che sono doni incancellabili di Dio, destinati a un compimento eterno. Conoscendo il Signore Gesù, il cristiano scopre “qual è l’ampiezza, l’altezza, la larghezza e la profondità” della verità dell’uomo, indissolubilmente carnale e spirituale. L’opera della trasfigurazione è opera della buona realizzazione dell’uomo conforme alla sua originaria natura storico-mondana, così come è pensata da Dio. Opera che continua quella in cui Dio lo ha coinvolto fin da quando gli consegnò il creato perché gli desse nomi e compimento in una “liturgia cosmica”.

Viene in mente ciò che Dante aveva intuito nella sua lucida intelligenza cristiana e nell’invincibile passione per gli uomini che ne mosse l’attività intellettuale e politica. Al cuore dell’umano c’è una costitutiva capacità di amare e una non meno costitutiva capacità linguistica. Dall’abbraccio del bambino con la madre fino all’intimità con Dio è il medesimo amore che muove l’uomo, anche quando è sviato. Amore della medesima sostanza di quello che “move il sole e l’altre stelle”. Lì l’uomo può essere intercettato da Dio e da ogni altro uomo in forza di una prossimità sostanziale. Di grado in grado la trasfigurazione dell’amore è trasfigurazione dell’uomo e del suo sguardo sulla vita e sul mondo.

Non diversamente è della lingua dalla lallazione del bambino fino all’estasi mistica. La lingua, in tutte le sue espressioni, sonorità, silenzi, ritmi, colori, gesti, è forma dell’identità di ciascuno uomo e del mondo di cui vive, nei suoi profili più prosaici come nella poesia, nella musica, nell’arte. L’uomo è la sua lingua e il Vangelo ci annuncia che la Parola, con la sua potenza creatrice di mondi e di legami, attiene all’identità di Dio fin nel Principio. Nella parola è custodito e si rivela un tratto determinate della somiglianza dell’uomo con Dio e in essa Dio riesce a incontrarlo per condurlo al cuore stesso della verità. La parola dell’uomo, insegnavano antichi maestri, è immaginazione, metafora e simbolo. È attitudine originaria a conoscere la realtà trasfigurandola. Come l’amore.

L’intuizione di Dante può illuminare in modo significativo il lavoro di ricerca e di insegnamento dell’Università dei cattolici il cui lavoro culturale dovrebbe avere una ricaduta importante anche in ordine alla liturgia cui il verbo “trasfigurare” rimanda di slancio. La liturgia è opera del linguaggio in cui la vita dell’uomo con i suoi affetti, le sue speranze, il suo bisogno di redenzione e di salvezza, attinge alla propria verità in una trasfigurazione che lega stretto l’umano al divino. La liturgia cristiana è pane, vino, acqua olio, luce, intrecciati in gesti che interpretano i più rilevanti affetti degli uomini nella sobria pregnanza del simbolo. Se questo è vero l’azione liturgica è una delle realizzazioni più preziose del linguaggio umano di cui Dio è origine e complice. Per ciò stesso la sua qualità e la sua efficacia non possono essere cercate isolandone la pratica. La dedicazione alla lingua, la cura per la parola, la valorizzazione dell’arte, della musica, della narrazione devono essere caratteri abituali della pedagogia e della pratica delle comunità cristiane. Chiedono un’attenzione puntuale nella comunicazione, nella catechesi, nell’insegnamento. Sì, dovrebbero essere una dotazione qualificante la presenza dei cristiani nei luoghi dell’abitare e dell’educare. Se per i media e il marketing parole, musiche, immagini sono strumenti, spesso intesi alla seduzione, per il cristiano attengono all’originario profilo teologico dell’uomo e, come per Dante, possono essere forma dell’amore. Non strumento di seduzione, ma opera di carità sapiente che trasfigura l’umano in direzione della conformazione a Cristo. La formazione di una cultura cristiana qualificata da questa cura per la lingua e per una responsabilità etica della comunicazione dovrebbe essere uno degli obbiettivi qualificanti l’Università Cattolica, in cui la Chiesa può riconoscere un’espressione eccellente della propria capacità di trasformare il mondo dell’uomo. È in questo ampio quadro che la liturgia può realizzare al meglio il suo ruolo di fonte e culmine anche del linguaggio dell’uomo. Ben al di là di ogni consuetudine sociale, di ogni esoterismo magico, proprio lì ogni uomo potrebbe scorgere quale fecondità è riposta nella propria identità storico-mondana e quanto l’amore di Dio offre per condurla a compimento eterno.


121263don Pierluigi Lia
Docente di Teologia
Università Cattolica del Sacro Cuore

 

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