segni dell'umano

Jacopo Pontormo, Trasporto di Cristo, Firenze, Santa Felicita

Trasporto di Cristo

di Giuseppe Frangi

Jacopo Pontormo, Trasporto di Cristo (1526-1528 circa), Firenze, Santa Felicita

Nella chiesa di Santa Felicita, a Firenze, è custodito uno dei quadri più intriganti della storia, un’opera che tanto piaceva a Pasolini, la cosiddetta Deposizione di Jacopo Pontormo (com’è noto Pasolini la ricostruì come quadro vivente nella Ricotta). L’opera è custodita nella Cappella Capponi, dove stranamente è presente una vetrata opera di un artista francese, Guillaume de Marcillat, che rappresenta proprio una Deposizione e che venne realizzata nel 1526, ovvero in contemporanea con il quadro di Pontormo.

Com’è possibile che in una piccola cappella ricorresse due volte la stessa scena? Qualcosa non quadrava: la coerenza degli impianti iconografici era cosa importante anche in stagioni scivolose come quella che si viveva a Firenze in quegli anni. In realtà quella di Pontormo non è una Deposizione ma è una scena eucaristica. È il Corpo di Cristo che viene portato sull’altare sottostante, dove si sarebbe rinnovata, con la Messa, la transustanziazione. Insomma, Pontormo è chiamato a stabilire un nesso tra l’immagine e il luogo preciso in cui sarebbe stata collocata. Sembrerebbe un semplice nominalismo, invece se guardiamo in questa prospettiva il quadro, così affascinante e così strano, capiamo che ciò che lo muove è proprio la dimensione dell’offerta. Non c’è infatti la Croce da cui il Corpo viene calato, non c’è sepolcro in cui debba essere messo: i due giovani che nei panni di angeli lo sostengono lo stanno sì “depositando”, ma sulla mensa dell’altare. Infatti procedono con un movimento rotatorio per adagiarlo, vera carne, sull’altare stesso. Tutti gli altri personaggi osservano la scena da dietro, e dall’alto, come da un palco che Pontormo ha previsto per loro. Invece sulla destra, si scorge Nicodemo (che è anche un autoritratto dell’artista) che sembra andarsene come se fosse finito il suo compito. Così cambia il quadro davanti ai nostri occhi, e anche il suo affascinante eclettismo viene ricondotto ad una ragione che, nella libertà, rende tutto coerente e non arbitrario. Davvero bisogna imparare con pazienza e con passione a guardare i quadri.

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