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Umanesimo sì, ma quale?

di Piero Coda

Il tema del convegno di Firenze è robusto: “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”. In questa rubrica vorrei offrire qualche riflessione in proposito, trattandosi di appuntamento rilevante per la Chiesa e insieme per la società in Italia.

Parto dal richiamo all’“umanesimo”. Si tratta di parola che di primo acchito sa un po’ di stantio e fatica ad accendere la passione. Non solo perché siamo nel tempo delle “passioni tristi”. C’è piuttosto da scavare dentro le ragioni di questo scarso credito.

Il fatto è che quell’ideale dell’umanesimo che nel trapasso dal medioevo alla modernità ha acceso i cuori e le menti, è stato poi trascritto nei termini perentori di una svolta antropologica di portata copernicana: per cui l’uomo sarebbe il punto di vista assoluto da cui tutto guardare e a cui tutto ricondurre. Sino a sperimentarne il drammatico naufragio nelle immani tragedie del Novecento.

Oggi la situazione è tutt’altro che pacifica. Lo sperimentiamo giorno dopo giorno. Almeno due macroscopiche ambiguità la insidiano.

La prima è lo stridore tra lo slancio verso un benessere promesso in virtù di un progetto di uomo ibridato con le risorse rese disponibili dalla tecnica, da un lato, e l’implosione delle coscienze nel buio della depressione esistenziale, dall’altro. Senza dire del quotidiano grido di dolore che ci raggiunge da chi è escluso e scartato, come dice papa Francesco.

La seconda si nasconde al cuore della retorica dei diritti della differenza. Perché è senz’altro vero che l’ideale di umanesimo riguardo al quale avvertiamo a pelle un’allergia, è quello antropocentrico, androcentrico ed eurocentrico prodotto negli ultimi secoli – un umanesimo inetto a riconoscere la differenza e a forgiarsi a partire da essa.

Ma, attenzione!, la retorica dei diritti della differenza, quando non siano sapientemente pensati e coerentemente praticati, rischia di rovesciarsi nel contrario, smorzando o addirittura spegnendo la ricchezza della differenza in un bricolage astratto o insulso dove, per dirla col tagliente giudizio di Hegel, «tutte le vacche sono nere».

Guardando a questa situazione si fa evidente – e urgente – la necessità di riparlare con serietà di umanesimo. Anche usando qualche altra parola: per esprimere il nuovo verso cui siamo incalzati.

Fonte: Città Nuova

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