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Una chiesa che spalanca le porte di casa

di Federica Spinozzi

“Chiesa in uscita”. È una nuova espressione a cui ci stiamo abituando da qualche tempo, coniata da papa Francesco, accolta da ogni parte come emblema di novità e di apertura. Francesco abbina questa espressione all’immagine della “casa paterna”, facendo riferimento alla parabola del padre buono di Luca, con le porte sempre aperte e con il padre silenzioso dallo sguardo rivolto verso l’orizzonte. Chi è padre, chi è madre sa bene l’importanza di tenere la porta aperta per accogliere i figli di ritorno con le loro vicende, le gioie, le delusioni, le speranze… ma soprattutto con la loro novità contagiosa. E sì, i figli, piccoli o grandi, ti aprono al mondo, ti portano verso strade che non conoscevi, con loro scopri nuove prospettive, nuovi scenari, nuove vie da percorrere… e tu, che diventando genitore pensavi di travasare quanto la vita ti ha donato, ti ritrovi a volte ad essere un vaso traboccante per tutto ciò che di nuovo, di bello, di inatteso i figli versano nella tua esistenza.

Ma la casa paterna evangelica ha la porta aperta non solo per accogliere il figlio di ritorno, ma per consentire al padre di affrettarsi nell’uscita, appena il giovane appare in lontananza. È lì che avviene l’incontro, è lì che padre e figlio si abbracciano nel silenzio, senza domande, senza incertezze, finalmente liberi; nella casa poi si entra per far festa, ma l’incontro vero e autentico è avvenuto fuori… tanto che chi è rimasto chiuso in casa non comprende quanto sta accadendo. È incredibile come sia rivoluzionario il Vangelo! E come nella sua semplicità sia difficile da leggere e comprendere! E quanto noi l’abbiamo ingabbiato e compresso, rubandogli freschezza e leggerezza.

Papa Francesco con molta delicatezza ci guida sulla strada della libertà e dell’umiltà, ci apre la porta di casa, ci invita a scendere le scale; ci aiuta ad uscire dalla nostra alta posizione di cristiani bravi e buoni, di chi sta alla finestra e aspetta, di chi si sente comodamente protetto dalla religione e dalla struttura. Il Vangelo non si vive dentro la Chiesa perché si rischia l’asfissia; il Vangelo è fuori, è lungo la strada, è nei luoghi storicamente definiti “lontani”, nella vita delle persone “diverse”.

È sempre sorprendente per un cristiano incontrare chi, dichiarandosi non credente, vive l’autenticità del Vangelo, tanto da ricercare, con superiorità, a volte, la falla che giustifichi la diversità e la lontananza. Ecco perché il Papa ci invita ad uscire; perché è più facile incontrare Gesù fuori dalle chiese che al loro interno. Gesù stesso è vissuto lungo la strada, a chi gli chiese dove abitasse, lui rispose paragonandosi agli animali, per indicare di non averne una.  E noi, non solo lo abbiamo chiuso dentro una casa, ma dentro un tabernacolo, inchiavato, a debita distanza dalla gente, e ci capita di sentirci cristiani solo se lo possiamo contemplare da lontano, gustare, ricevere dentro di noi. Una volta all’anno, in un giorno feriale seppur solenne per i cristiani, leggiamo e riviviamo il gesto incredibile della lavanda dei piedi, che precedette, non a caso, l’ultima cena. Gesù lava, come un servo, i piedi ai suoi discepoli. Con i piedi puliti e profumati si è pronti per uscire, per scendere le scale, con i piedi puliti si cammina meglio lungo la strada, si è pronti a percorrere chilometri e chilometri, ad andare lontano, dove Dio è di carne e ossa.

La Chiesa italiana vivrà in novembre il convegno di Firenze “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”: si lascerà lavare i piedi e accarezzare dal soffio dello Spirito Santo che scompiglia, rinnova e spalanca le porte?


Federica Spinozzi, laica della diocesi di Senigallia

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