rassegna stampa

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Uno Stato si riconosce dalla cura delle persone 

di Paolo Viana

Ad Assisi la seconda giornata del Convegno nazionale di pastorale della salute. Menichelli ai medici cattolici: celebrate la vostra professione come un’adorazione di Cristo

Guarda i medici in sala e fissa dritto negli occhi Filippo Boscia, che guida quelli cattolici. Perché dedica la conclusione tutta a loro: «Tanto spesso vi trovate di fronte al corpo di Cristo nudo e allora vi dico: in quel momento non abbiate fretta; fermatevi, celebrate la vostra professione come un’adorazione di Cristo, perché noi crediamo che in quel corpo Cristo è presente. Ma voi abbiate il coraggio di fermarvi». Il cardinale Edoardo Menichelli ha concluso così, ieri, l’analisi dell’Evangelium vitae al convegno nazionale dei direttori degli uffici, delle associazioni e degli operatori di pastorale della salute. Terminerà oggi a Santa Maria degli Angeli.

La riflessione arrivava sulla scia di una tavola rotonda in cui cinque direttori degli uffici Cei (don Carmine Arice per la pastorale della salute, don Paolo Gentili per la famiglia, monsignor Fabiano Longoni per la pastorale sociale e del lavoro, monsignor Giancarlo Perego per la Fondazione Migrantes e suor Veronica Donatello per la catechesi dei disabili) hanno ragionato con trecento convegnisti sul Convegno ecclesiale nazionale di Firenze, approdando a due conclusioni decisive, tra le tante emerse: la necessità di una collaborazione tra gli uffici e gli operatori dei diversi ambiti che consenta di passare da una pastorale integrata a una pastorale ‘pensata insieme’; e la volontà di intervenire in modo più incisivo sulle politiche pubbliche e sui comportamenti del mondo sanitario e della società, con la testimonianza e – ove occorra – la denuncia, nella consapevolezza che «uno Stato si riconosce dalla cura delle persone».

L’approdo, ça va sans dire, segnala un malessere, che questo convegno ha ricondotto alle sue radici culturali e spirituali – tant’è vero che l’intera sessione del pomeriggio, con Massimo Petrini del Camillianum e Massimo Angelelli, cappellano a Tor Vergata, è stata dedicata alla formazione dei cappellani – e che Menichelli ha indagato rileggendo in filigrana l’enciclica di Giovanni Paolo II, di cui ricorre il venticinquesimo anniversario.

Anche l’arcivescovo di Ancona-Osimo, assistente nazionale dell’Amci (Associazione medici cattolici italiani), ha insistito quindi sul nodo culturale, mettendo in dubbio la capacità dei contemporanei di cogliere il significato, non solo cristiano, del valore della vita: «Le minacce si sono raffinate e sono diventate culturalmente giustificate. Si può dire che esista una cultura della minaccia alla vita e che nella nostra società essa sia diventata più convinta e potente…» ha osservato. Il porporato marchigiano vede nelle «giustificazioni ricorrenti» e nella «rivendicazione di diritti di possesso sul proprio corpo e sui propri figli» il segnale che «si è strutturata una cultura contro la vita», di fronte alla quale non vi è alternativa a «riaffermare in modo fermo tale valore e la sua inviolabilità», rivendicandone la dimensione universale. «Dobbiamo riportare la difesa della vita alla sua tipicità, alla sua sacralità ontologica. Affermare che la vita è di se stessa – ha sintetizzato –, che è indisponibile e che è un valore di tutti, perché ci si convinca ad esempio che, come diceva Paolo VI, solo se si ama la vita si ama la società e la pace». Con una speranza di fondo: «L’umanità dovrà pur capire – ha concluso Menichelli – che non può accanirsi sempre a uccidere. Dovrà inginocchiarsi di fronte alle offese alla vita. Solo così capirà».

da Avvenire, 10 giugno 2015

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