rassegna stampa

Voci e volti da Firenze 2015

don Calabrese«Puntare su consigli pastorali operativi»

«A vere chiese sempre più aperte al territorio, valorizzare i mezzi di comunicazione mass mediale, rivitalizzare il ruolo dei laici all’interno dei consigli pastorali». È questa la road-map delineata da don Gianfranco Calabrese, sacerdote genovese, per molti anni impegnato nella pastorale parrocchiale e dei ragazzi, e attualmente parroco e direttore dell’Ufficio catechistico diocesano. «Per il dopo Firenze – dice – serve prima di tutto rendere maggiormente operativi i consigli pastorali diocesani, vicariali e parrocchiali, strumenti che già esistono, ma che devono essere rivalutati secondo lo spirito del Concilio Vaticano II». Bisogna poi ripensare il rapporto tra chiese e territorio. Parola d’ordine: missionarietà. Dobbiamo «uscire dalle chiesa, abitare il nostro quartiere, promuovere sempre la centralità di Cristo, rendendo le nostre comunità dei veri luoghi di incontro e confronto, e impegnandoci maggiormente nella formazione dei laici». Su questo tema ha ricordato l’importanza di «avere persone più formate» perché servono «laici declericalizzati», persone «formate ed in grado di essere missionarie nei rispettivi ambiti del quotidiano a cominciare dalle scuole e dai luoghi di lavoro».

«Abbiamo sperimentato il confronto vero»

Esperienza straordinaria e indimenticabile per il giovane Salvatore D’Angelo la partecipazione a Firenze. Responsabile dell’Ufficio diocesano per le comunicazione sociali, era con il vescovo di Nocera Inferiore-Sarno Giuseppe Giudici nella delegazione diocesana. «Scontato dire che il maggior risultato del Convegno sia stata la sinodalità – afferma – Io ho notato una grande consapevolezza delle Chiese locali in questo senso e in molte realtà già si sperimenta la sinodalità secondo la linea fiorentina». Ha partecipato al laboratorio sulla via ‘Uscire’ dove ha toccato con mano, in maniera schietta la convivialità. «Il confronto del giovane con il vescovo, il parlarsi e il sentirsi ascoltati nel rispetto dei ruoli e delle gerarchie, ma senza filtro». Era evidente, aggiunge, «che in alcune comunità si sperimenta il confronto, mentre in altre c’è chi non crede sia possibile». Il frutto concreto del Convegno di Firenze, per Salvatore, deve essere l’impegno a vivere in comunione: «Tutti possono convincersi che la strada è il camminare insieme, il discernimento collettivo. Che ogni delegato, ogni diocesi ha le potenzialità per avviare o continuare questo percorso. Se ci crediamo – aggiunge – potremo riuscire».

D.MAr

«Una Chiesa bella e ricca di potenzialità»

«Il convegno più bello della mia vita». È felice Angela Marino, delegata della diocesi di Cassano all’Jonio dove è presidente dell’Azione cattolica. Contenta per quanto ha vissuto e quanto porta con sé nella vita diocesana. «La gioia di vedere una Chiesa che si sporca le mani, giovane, corresponsabile, bella e ricca di potenzialità». Angela è entusiasta e commossa per l’incontro col Papa e le testimonianze delle diverse diocesi al tavolo di lavoro. Per il dialogo con direzione, operatori ed ex tossicodipendenti di Villa Lorenzi. È felice perché crede «possibile concretizzare un nuovo umanesimo vivendo il Vangelo e seguendo Gesù». Lavorare insieme «è possibile». Mettere in atto ciò che il Papa sostiene da tempo e il Convegno ha tracciato: ‘Uscire’, bruciando i divani che aiutano una ‘pastorale da salotto’. ‘Annunciare’ è condividere perché non esiste gioia che non senta il bisogno di essere condivisa. ‘Abitare’, non solo i luoghi ma anche le relazioni. ‘Educare’, bisogna puntare sulla credibilità dell’educatore come testimone che ha trovato in Cristo il senso di vita’. Infine ‘Trasfigurare’: «Basta con le liturgie barocche. Occorre considerare la santità della liturgia come santità ospitale, non di distanza ma di prossimità».

Mi.Bil«Offerte ricette, non soluzioni già pronte»

«Un convegno che ha esaltato la partecipazione e la coralità a scapito di una linea indicativa. Ha permesso molto dialogo, senza polemiche, senza scontri. Per fortunata non sono uno dei vescovi che ora dovrà estrapolare indicazioni pastorali da quanto emerso a Firenze…». Così Guido Campanini, 58 anni, dirigente scolastico del liceo classico ‘G.B. Romagnosi’ di Parma. Era nel gruppo sull’abitare. «Non è stato, per usare espressioni mutuate da altri ambienti, un convegno ‘solido’ con relazioni robuste, dibattito intenso, documento conclusivo e puntualizzazione su alcuni aspetti scottanti. È stato invece un convegno ‘liquido’ con tante sollecitazioni senza che ci fosse – meno male! – l’idea di un finale preordinato. Senza immediati risultati, si è voluto lasciar spazio al popolo di Dio e più che ottenere ricette, sono stati stimolati confronti ed esperienze. Ed era proprio quello che cercavo alla vigilia della partenza per Firenze». Da educatore cosa pensa della lettera conclusiva dei delegati più giovani? «Pur essendo espressione non dei giovani italiani ma di una minoranza cristianamente impegnata, lascia ben sperare per il futuro». Nei prossimi anni che cosa costruirà la Chiesa? «Non lo so con certezza – conclude Campanini –. Si tratterà di solidificare con il tempo quanto emerso dal convegno».

Image_5«Adesso guardo la mia realtà con occhi nuovi»

«È la prima volta che partecipo ad un convegno così importante, dove ho fatto una vera esperienza di Chiesa, della quale mi sono sentito parte integrante. Ho potuto esprimere le mie opinioni e dare il mio contributo, come delegato giovane della prelatura di Pompei» È soddisfatto Salvatore Teodonno responsabile diocesano dell’Azione Cattolica ragazzi. «Tornando in parrocchia, ho già potuto mettere in pratica i concetti espressi al Convegno. In particolare, i tre tratti indicati da papa Francesco: umiltà, disinteresse, beatitudine. Con maggiore consapevolezza ho guardato i bambini con occhi nuovi, mettendoli al centro della mia attenzione, cercando di capire cosa potesse interessare loro e non cosa io pensavo fosse giusto o bello, ponendomi alla loro altezza e avendo il cuore aperto allo Spirito». E anche nel rapporto con i ragazzi e bambini «ho cercato ancor di più di avere quell’atteggiamento che vorrei gli adulti avessero nei confronti di noi giovani. Per creare anche nelle nostre realtà lo stile di sinodalità è necessario creare un patto tra le generazioni. In particolare, noi giovani chiediamo di non essere lasciati soli, sia nel momento della progettualità, sia in quello operativo ma desideriamo che gli adulti non ci investano di tutte le loro aspettative, che non sono le nostre».

D.And«Ora nelle comunità servono modalità nuove»

«Le proposte contenute nelle sintesi sono solo le punte di un iceberg. Dobbiamo evitare che esso non si sciolga, è il patrimonio di Firenze da mettere a disposizione anche attraverso un portale come si è proposto». Usa immagini montanare ma anche tecnologiche il trentino Pierino Martinelli, padre di famiglia, esperto di cooperazione internazionale in quanto direttore della Fondazione Fontana che opera con sedi a Padova e Trento. «Nel dopo Convegno il compito del comitato preparatorio non finisce – osserva Martinelli che vi ha lavorato come uno dei quattro delegati triveneti – sarà quello di non deludere le attese destate da questo processo di partecipazione molto capillare. Da domani il metodo sinodale ci chiama a modalità nuove, tutti sullo stesso piano con ruoli diversi». Un esempio? «La liturgia che spesso risulta trionfante, barocca, lontana dal linguaggio quotidiano della nostra gente». Martinelli ha voluto scegliere un modo «fuori dalle righe» per mettersi dalla parte dei poveri; alla vigilia del Convegno ha chiesto e ottenuto di non usufruire degli alberghi ma di trascorrere le cinque giornate di Firenze ospitato in una struttura della Caritas, «Il melograno», una casa di accoglienza che accoglie persone che scontano pene alternative al carcere.

da Avvenire, 15 novembre 2015

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