parole dell'umano

Amore

di Adriano Fabris

Ci sono parole che dicono aspetti importanti della nostra vita – esperienze, incontri, emozioni – di cui rischiamo di fraintendere o, peggio, di perdere il significato. Una di queste è la parola “amore”. L’amore, oggi, è confuso soprattutto con il desiderio e con il suo appagamento. Si parla di eros, di erotismo. Niente di male, ben inteso. Il desiderio è una tensione caratteristica dell’essere umano, che lo indirizza verso obbiettivi importanti. Lo diceva già il filosofo Platone, cercando anche di porre rimedio a ciò che del desiderio risulta comunque un difetto: il fatto che esso non mette ordine fra i suoi obbiettivi, e dunque richiede di essere guidato.

Ma pensare l’amore solo come una dinamica di tensione e appagamento, nel migliore dei casi, o di semplice soddisfacimento di un bisogno, nel peggiore, è certamente troppo poco. Chiamiamo amore tante altre esperienze fondamentali della nostra vita: ad esempio la capacità di dare e di darsi, la spontaneità gratuita con cui viviamo le relazioni migliori, la dedizione costante che consolida un rapporto. Il cristianesimo parla in questo caso di agape. Se bisogna ancora parlare di desiderio, è un desiderio più di dare che di ricevere. San Paolo, nella Prima lettera ai Corinzi, ne fa un magnifico elogio. Gesù parla spesso di questa forma di amore, ma soprattutto la mette in opera.

Ne parla, certo. Che cos’altro vuol dire, infatti, interpretare e sintetizzare l’intero decalogo attraverso i due comandamenti dell’amore per Dio e dell’amore per il prossimo (cfr. Mt 22, 34, ss.; Mc 12, 28 ss.; Lc 10, 25, ss.), se non richiamarsi a questa dedizione dell’essere umano, a questo donare all’altro ciò che si ha e ciò che si è? Il che significa, si badi bene, non già rinunciare alla dimensione del desiderio, bensì integrarla in una prospettiva più ampia. Si tratta di quella prospettiva nella quale il rapporto con l’altro tiene conto non tanto di ciò che voglio io, quanto soprattutto di ciò di cui lui o lei hanno bisogno.

Gesù fa esattamente questo nei suoi anni di predicazione: viene incontro, concretamente, alle necessità materiali e spirituali delle persone. Ma fa anche qualcosa di più. Ci mostra perché è bene farlo. Ci fa vedere per qual motivo dobbiamo assumere un comportamento che può anche andare contro il nostro utile.

Non lo si fa semplicemente per ubbidire a un comando. Neppure a un comando divino. Perché l’amore non si può comandare. L’amore è spontaneo, coinvolgente. È la risposta più naturale a chi ama per primo, come dice la Prima lettera di Giovanni. E chi per primo ama è Dio. Ma Dio ama tutti. Tutti. Ecco perché l’amore come dono, come capacità di donare, ci spinge ad andare oltre il desiderio verso ciò che ci attrae. Di più: a superare anche la buona disposizione nei confronti di chi ci è vicino, il prossimo. L’amore come dono va rivolto infatti anche a chi è lontano, a chi bene non ce ne vuole: ai nemici. Questo Gesù enuncia, come vera e coraggiosa soluzione – unica, a ben vedere – per eliminare i conflitti (cfr. Mt 5, 43; Lc 6, 27).

Ma Gesù è maestro d’amore non solo con il suo insegnamento, ma soprattutto con i suoi gesti. Moltiplica i pani e i pesci, perché ha compassione della folla che lo segue. Guarisce i mali fisici e spirituali di chi si rivolge a lui, senza fare distinzioni di sesso o di provenienza. E ama al punto di dare se stesso, nel corpo e nel sangue, ai suoi discepoli e a tutti gli uomini. Giungendo infine a perdonare chi lo ha voluto uccidere.

Grazie a tutto ciò emerge che davvero l’amore, nei vari modi in cui lo sperimentiamo, non è una semplice emozione, ma la cosa più importante, l’orizzonte in cui inserire ogni nostra azione. Esso è, in altre parole, ciò che fa dell’essere umano quello che davvero è. Gesù lo ha mostrato. Fino in fondo.

da Messaggero di sant’Antonio, febbraio 2015

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