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Digital Age: l’umano tra potenzialità e sfide

di Paolo Benanti

Senza una media education non si garantisce una tutela della dignità della persona umana nei nuovi media. L’intervento di padre Paolo Benanti, docente di neuroetica, bioetica e teologia morale, all’incontro di formazione promosso dalla Commissione Regionale per l’Educazione, la Scuola e l’Università (CRESU) della Conferenza Episcopale Umbra (CEU) ad Assisi il 27 febbraio 2015.

I mezzi di comunicazione influenzano la società e la vita democratica contemporanea. L’avvento del computer ha reso tutte le informazioni digitali, quindi numeriche, paradigma che ha finito per contrapporsi con ciò che è analogico, ovvero non numerabile. È di fatto il computer il medium per eccellenza utilizzato da tutti, in particolare da quanti scrivono per mestiere. È così che oggi è possibile studiare il mondo secondo nuovi paradigmi gnoseologici: quello che conta è la correlazione tra due quantità di dati e non più una teoria coerente che spieghi tal correlazione.

Tutto ciò, mentre la macchina si umanizza e l’uomo si “macchinizza”, modifica il modo di organizzare il pensiero che diventa multitasking, ipertestuale e interattivo. Ma le nuove generazioni, per quanto “native digitali”, non sempre sono culturalmente attrezzate per affrontare la digital age. Per questo motivo si richiede un’educazione ai media che generi una competenza mediale capace di usare con capacità critica i mezzi digitali. Il rischio di vivere relazioni virtuali, per esempio, è un pericolo che non può non interrogare l’uomo di fede, senza tralasciare i pericoli del digital divide, ovvero l’emarginazione di quanti non possono accedere per motivi sociali alle nuove tecnologie. Infine, quale sistema valoriale veicolano i media su temi cruciali come senso della vita, corporeità, affettività, differenza di genere, giustizia e pace? Sarà necessario trovare una forma di governance (modo di organizzare e amministrare territori e popolazioni) che sia reale espressione del bene, capace di tutelare la dignità della persona umana.

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1 Commento a “Digital Age: l’umano tra potenzialità e sfide”

  1. Filippo Carlo Ceretti
    il

    Premetto che condivido pienamente l’assunto centrale dell’articolo: la media education è fondamentale per la crescita armonica di un’umanità mediale in epoca digitale. Ringrazio padre Benanti per aver posto il focus su questa priorità educativa.

    Tuttavia ritengo che ci sia un problema di tipo retorico in questo abstract.

    1. Siamo sicuri che i MEDIA (chi sono?) influenzino la società? Non è forse più esatto dire che parti (per fortuna sempre più numerose e variegate) della società comunicano il proprio punto di vista creando e ricreando la dimensione mediale della loro esistenza? (la questione antropologica riguarda gli uomini, non gli oggetti che essi proiettano nella storia).
    2. l’uomo si “macchinizza”? ne discende l’idea di un uomo continuamente snaturato: ruotizzato, aratrizzato, locomotivizzato, automobilizzato, ecc. – mi pare che invece la sua natura sia sempre uscita indenne (semmai arricchita) dal processo di creazione tecnologica.
    3. un pensiero multitasking? ipertestuale? interattivo? a parte che non sappiamo ancora con precisione come avvengano fisiologicamente i processi biochimici che danno origine al pensiero, mi pare quantomeno discutibile attribuire al pensiero umano caratteri che appartengono alla dimensione dell’azione (multitasking), delle strutture semiotiche (ipertestualità) e delle interfacce tecnologiche. (dall’antropomorfizzazione degli oggetti, passiamo alla oggettivazione dell’uomo)?

    Non mi pare che questo tipo di impostazione retorica e di approccio al digitale siano di grande aiuto né per una rinnovata media education né per la costruzione di un umanesimo digitale.

    Infine alcune note all’articolo allegato:

    – l’approccio fenomenologico e l’approccio ermeneutico sono molto differenti tra loro – o descrivo o interpreto. Inoltre nel saggio io incontro solo interpretazioni dello sviluppo mediale (tra l’altro tratte anche da fonti giornalistiche: es. Anderson e Prensky o da autori che si sono occupati di mass media e non di media digitali, es. Innis) e nessuna ricognizione fenomenologica;

    – la definizione e gli obiettivi della media education sono molto confusi: la stessa posizione di Baacke è solo una delle molte voci della Medien Paedagogk (del secolo scorso); l’idea di alfabetizzazione coglie solo uno degli aspetti della formazione mediaeducativa; la capacità critica non è “dei massmedia” ma si esercita nei confronti dei testi mediali ecc. ecc.

    – interessante l’idea della governance: non trovo però l’esplicitazione del legame teorico con la tradizione pedagogica della media education, che potrebbe costituire un elemento di sviluppo della stessa educazione mediale.

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