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Estasi digitale: uscire da sé alla ricerca dell’altro

di don Marco Sanavio

In gergo tecnico le chiamano OBE, acronimo dall’inglese “out of body experience” (esperienza fuori dal corpo), e indicano stati alterati della coscienza che fanno percepire la mente come disgiunta dal corpo permettendo al soggetto in questione, ad esempio, di osservare il suo fisico dall’alto. Si tratta di un fenomeno che alcuni hanno sperimentato in conseguenza di gravi traumi o che molti tentano di indurre mediante particolari tecniche di meditazione o sostanze psicotrope.

Nell’esperienza filosofica e mistica, invece, si parla di estasi, termine derivato dal greco ἐξίστημι (exìstemi) che significa “uscire da sé”. Se Plotino, filosofo greco vissuto nel terzo secolo dopo Cristo, delinea nelle Enneadi il percorso che porta all’estasi come un’uscita dell’anima dal sé per potersi ricongiungere all’Uno, i mistici cristiani del XVI secolo l’hanno descritta, invece, come un dono di Dio, un “rapimento” dell’anima talmente potente da essere difficilmente sopportabile dalla fragilità della natura umana.

L’uscire da sé, il disgiungere materia e spirito, è sempre stata una prospettiva fascinosa per l’essere umano. È una tendenza, riscontrabile in molte culture, che si esprime in un processo di avvicinamento e contatto diretto con il mondo divino alla ricerca di un senso di pienezza spirituale e realizzazione autentica.

La capillarità con cui l’elettronica sta contattando anche i tessuti spirituali dell’umano ha probabilmente trasferito questo desiderio dell’uscire da sé nello smaterializzarsi dei processi di contatto e nel contempo, nel rimaterializzarsi altrove. Un’esperienza anticipata dall’utilizzo del telefono (quello con il disco a composizione decadica che funzionava a gettoni) e proseguita con lo squillo dei cellulari, i “poke” agli albori di Facebook, la messaggistica istantanea, tutte esperienze che, in sintesi, restituiscono la sensazione di potersi sganciare dai confini della pelle per raggiungere l’altro.

Se l’accostamento delle esperienze sensoriali mediate dalla tecnologia al termine “estasi” può risultare in qualche modo irriverente, va comunque sottolineato che in gran parte dei casi, anche quando si tratta di comunicazione digitale, il propellente che porta a uscire da sé non è la fuga ma la ricerca dell’altro. L’estasi si rivela come un’uscita che porta alla condivisione di beni spirituali veicolati da tessuti digitali. La comunicazione mediata dall’elettronica potrebbe anche riservarci sorprese e rivelare nel suo intimo itinerari di ricerca dell’umano più che meandri di alienazione, anelito al contatto più che chiusura. Uscire, in questo contesto, significa valicare i confini fisici della persona, dei muri, dei tempi di attesa. L’”estasi” cattura il fruitore tra i pixel dello schermo facendogli dimenticare per qualche istante, di essere un corpo comodamente seduto in ambiente domestico. Uscire diventa ampliare la coscienza di sé, estendendo la percezione grazie anche alla mediazione tecnologica.

La telepresenza, per esempio, è un chiaro esempio di come il desiderio di dilatare il sé oltre i confini spaziali sia motivato dall’incontro con l’altro.  Concretamente si tratta di interagire tramite audio, video ed eventuali azioni mediate da apparati robotici, in contesti geograficamente anche molto lontani dalla nostra esperienza corporea. Sembra quasi di scorgere, in queste estensione, il riverbero di un fenomeno attribuito ad alcuni santi molto noti: la bilocazione, ovvero la presenza del corpo in due luoghi contemporaneamente mirata non tanto a moltiplicarne l’efficacia quanto piuttosto a valorizzare la qualità della relazione a distanza.

Anche l’immaginario collettivo si è adagiato su riferimenti iperbolici che rivelano il desiderio di disgiungere la materia dalla coscienza. Dal teletrasporto ipotizzato da Gene Roddenberry negli episodi di Star Trek degli anni ’70 alle straordinarie possibilità offerte dal Tardis (la cabina della polizia inglese che funge da macchina del tempo) del Dottor Who sembra esserci un arco in tensione che mira a proiettare la coscienza fuori da sé o a disgiungerla dalla materia. Ciò nell’immaginazione sembra una proiezione futuribile, tra pochi mesi potrebbe diventare una realtà domestica: la casa produttrice dei sistemi operativi più diffusi al mondo, infatti, ha annunciato che nella prossima versione ci sarà la possibilità di interagire nativamente con gli ologrammi. Un cambio di sguardo che avrà conseguenze anche sulla coscienza di sé: un visore, al momento ancora troppo ingombrante, mescolerà ambiente circostante e immagini elettroniche in un’esperienza ibrida tra realtà e fantasia, attuale e ipotetico, fisico e smaterializzato.

Il neologismo “estasi digitale”, in questo contesto, diventa proiettivo della dimensione dell’incontro, più che sinonimo di ripiegamento un una sorta di dimensione parallela. Non si tratta tanto di una nuova estensione della mistica quanto piuttosto di un assorbimento sensoriale finalizzato alla relazione.

Nel progetto La morte della conversazione il noto fotografo britannico Babycakes Romero ha rappresentato l’attenzione umana come totalmente catalizzata dai display dei dispositivi digitali, accostando esseri apparentemente incomunicanti tra di loro. Le immagini, al primo impatto, inquietano. A guardarle bene, però, suggeriscono una certa divaricazione tra la coscienza e il corpo, in quell’estasi dei sensi che racconta di ricerca e di incontro a distanza.

The Death Of Conversation © babycakes romero

5 Commenti a “Estasi digitale: uscire da sé alla ricerca dell’altro”

  1. Emmanuele de Filippo
    il

    Complimenti per l’articolo, uno stile e una scrittura puntuale senza orpelli ma accattivante! La mia fiducia di trovare un modo di scrivere da cui imparare si realizza piano piano.

  2. Mimmo
    il

    L’estasi digitale, come dinamica che realizza il desiderio di comunione e consegna dell’io all’altro, si sviluppa attraverso un processo comunicativo che attiene alla produzione di un testo scritto (d’altronde parliamo di materiale digitale). Questa caratteristica, non secondaria per la produzione dell’estasi digitale, secondo me, fissa un’emozione nel testo, che si relazione attraverso il media e interagisce ricorrendo a dinamiche comunicative che rimangono virtuali, quindi capaci solo di trasporre la realtà dell’io in Rete, ma non di “estraniarla”. Per alimentare la sensazione estatica i sensi devono essere sollecitati (vedi le baccanti o i “viaggi” dei tossicodipendenti) fino alla esaltazione dell’inconscienza che si consuma nel profondo della psiche. Direi, dunque, che l’estasi digitale realizza la sua consistenza fenomenica nel consumo della comunicazione digitale, che ti estranea dal tempo e dallo spazio e non ti transita nella realtà aumentata che rimane comunque un processo comunicativo e sensoriale solo in parte. Il desiderio dell’incontro con l’altro aumenta la produzione di testualità solo perché sprofonda nell’io e si consuma dentro; l’estasi, invece, dovrebbe determinare una fuoriuscita da sé. Io parlerei di consumazione profonda del desiderio e di simulazione sensoriale: chi si “estasia”, in fondo, cerca di realizzare sensazioni forti come alienazione, più che incontro… Non stiamo forse assistendo ad un processo di alienazione estatica? D’altronde l’individualismo ha ridotto la relazione a concupiscenza! La comunicazione digitale può aiutarci ad “uscire” dalla concupiscenza sviluppando il desiderio della condivisione (come già avviene con i social network) e l’incremento dell’informazione, ma non sostituirsi alla relazione che va oltre il comunicabile…

  3. Gianfranco Notaro
    il

    L’uomo non è un robot. Una cosa è la realtà fisica, una quella virtuale, una quella amorosa. Il linguaggio è tecnica semiotica non realtà. Il linguaggio del cuore è mistero ineffabile che tutto contiene ed in purezza ci chiede solo: “Sì”.
    “Il Tao che può essere descritto con parole o segni non è la Realtà” (libero adattatamento dal Dao De Jing di Lao Tzu).
    Buonanotte a tutti

  4. Filippo Carlo Ceretti
    il

    qualche dubbio sul fatto che fare una telefonata (o leggere un libro) – ma anche distribuire immagini di sé – sia descrivibile come estasi. Allora, ogni atto comunicativo – anche una conversazione con gli amici, una lezione, scrivere una mail – sarebbe un’esperienza estatica. Magari.

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