parole dell'umano

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Bellezza

di Marko Ivan Rupnik

«La più grande opera d’arte fatta dall’uomo, col suo peccato, è la passione di Cristo, fino al suo corpo risorto. L’arte figurativa è quella che va verso il cielo, dove la carne diventa spirituale».

Della bellezza si è perso il significato e la si è co­scientemente distrutta con la filosofia idealista, con il romanticismo, av­viando, a mio avviso, una deliberata operazione di distruzione della bellezza, perché radicalmente unita al cristianesimo. Non si può distruggere il cristianesimo se non si distrugge la bellezza. Ci hanno inchiodato sull’etica e sulla morale, sul bene, ma una Chiesa brava non attira nessuno, perché è solo una Chiesa bel­la che fa innamorare. Abbiamo una Chiesa intraprendente, stanca per quanto bene realizza, che però non af­fascina nessuno e dietro la quale non si incammina nessuno. Siamo bravi, ma nessuno ci vuole seguire.

La sintesi migliore sulla bellezza, a mio parere, l’hanno fatta due russi: Vladi­mir Solov’ëv e Pavel Florenskij. Solov’ëv sostiene che un bene che non diventa bellezza è un pericolo per l’uo­mo e ciò lo constatiamo continuamente: non esiste sofferenza più gran­de che avere a che fare con chi ha un’i­dea del bene che vuole imporre a tut­ti. La dittatura del bene è la suprema espressione del male. Il bene che non diventa bellezza è un fanatismo. Allo stesso modo, una verità che non di­venta bellezza mangia gli uomini, li di­strugge, è un drago. In no­me della ve­rità noi ab­biamo ta­gliato parec­chie teste, nel nome di idee umani­ste l’epoca moderna ha ammazzato decine di milioni di persone. Solov’ëv afferma che l’idea che non è capace di incarnarsi come bellezza dimostra la sua impotenza. La bellezza è la carne del bene e del vero, ed è questa la cosa davvero straordinaria. Il bene, per essere vera­mente tale, ha bisogno di manifestar­si come bellezza. Mio padre, anche se non era un padre della Chiesa, mi diceva sempre che se è vero quello che qualcuno ti vuole di­re, lo si vedrà dal fatto che te lo dirà con amore e, quando te lo dirà, speri­menterai un rapporto bello con quel­la persona. Se, affermando una cosa, non facciamo trasparire la bellezza di un rapporto, ciò che diciamo è frutto di una passione, di un’ideologia e non esprime la verità. Per Solov’ëv «un con­tenuto ideale che rimanga unicamen­te una proprietà interiore dello spiri­to, della sua volontà e del sua pensie­ro, manca della bellezza e l’assenza della bellezza significa impotenza del­l’idea » perciò per lui la bellezza è «l’in­carnazione in forme sensibili di quel­lo stesso contenuto ideale che prima di tale incarnazione si chiamava bene e verità»; «Il bene e la verità, per rea­lizzarsi veramente, devono diventare nel soggetto una forza creatrice capa­ce di trasfigurare la realtà, e non solo di rifletterla».

Secondo Florenskij la Chiesa è bella perché è la comunione delle persone. Se non c’è la bellezza della relazione, non c’è la verità. La verità rivelata è l’a­more – Cristo — l’amore realizzato è la bellezza. La bellezza è la manifesta­zione della verità come amore. Se è co­sì, la bellezza è comunicazione teur­gica, quando la verità si rivela come a­more e l’amore trasfigura. Quando si comunica, la bellezza trasfigura la realtà attraverso la quale si comunica, perciò nella verità che l’altro mi dice sono trasfigurato e lui stesso ne è tra­sfigurato. La bellezza non è separabi­le dalla comunicazione, e l’unico vero comunicatore, perché ha qualcuno dacomunicare, è Dio Padre. La bellezza impara da Dio Padre, l’artista impara da Dio Padre. E Dio Padre ha comuni­cato attraverso il Figlio, attraverso una persona. Non si comunicano le idee.

Se la verità non si può rivelare come a­more, è un idolo. Per comunicare ci vuole la persona. Cristo ha comunicato il Padre e non sono bastati i discor­si. Lo ha comunicato nella sua carne, nel suo corpo, e per questo ci voleva lo Spirito Santo il supremo comunicato­re del Padre. Il corpo di Cristo è una fi­gura, e l’arte figurativa è quell’arte che va fino al cielo, perché la carne diven­ta la carne spirituale. Cristo non ha co­municato il Padre in una forma pre­stabilita, rinascimentale, classica, per­fetta, e neppure in un nichilismo e­spressionista violento, di denuncia del male e del cuore spezzato. Il Cristo è il più bello e il più brutto, tanto da gira­re la faccia perché non si poteva guar­dare, dice la Scrittura (cf. Is 52,14). Dio ha proibito di fare un’immagine di sé, riservandoci il privilegio unico di scol­pire la vera immagine di Dio nella car­ne del Figlio. Il Dio che veneriamo l’ab­biamo scolpito noi con il nostro pec­cato. La più grande opera d’arte che ha fatto l’uomo è la passione di Cristo, fino al suo corpo risorto. Se il Padre lo ha risuscitato dai morti poteva benis­simo guarirgli le cicatrici, ma queste sono rimaste, perché solo da quelle fu riconosciuto.

La realizzazione dell’amore operata dal Figlio si compie proprio nel Triduo pasquale, perciò la bellezza è pasquale. Non posso credere che i padri fos­sero meno intelligenti dei teologi de­gli ultimi cinquant’anni, eppure loro non si sono lasciati affascinare e in­gannare dalle forme classi­che. La forma classica non può dire la pasqua e, se non può dire la pasqua, è in­compatibile con l’amore di Dio Padre. Se un amore non è pasquale, è un amore pa­gano. Pensare che io amerò senza pagare di persona si­gnifica essere un grande i­dealista pagano, perché la bellezza è pasquale. Perciò l’arte non può pensare di creare senza il martirio dell’arte e del-l­’artista. Solo così possiamo tornare al­l’arte, alla grande arte che esprime l’a­more e si realizza attraverso la divino­umanità.

Per questo ci vuole lo Spirito, l’uni­co che ci può innestare nel Figlio. Noi non possiamo diventare figli di Dio da soli, non possiamo vivere un amore pasquale accanto a Cristo, ma solo in quanto parte di lui. E que­sto vale anche per l’artista. In que­sto senso diciamo che la bellezza, realizzandosi, trasfigura la persona stessa e la vita di questa persona. Se una mamma si santifica aman­do, se un padre si santifica aman­do, un artista si santificherà allo stesso modo. È totalmente inutile e­saltare un’arte se non si è santifica­to colui che l’ha fatta. Santificarsi significa consumarsi: questa è per me l’arte della vita, l’arte che di­venta bellezza.

da Avvenire, 3 giugno 2015

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