parole dell'umano

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Carezza

di Chiara Giaccardi

La mattina apriamo gli occhi. E apriamo anche le mani. «Se non sai che fare delle tue mani, trasformale in carezze», ha scritto qualcuno. Ci sono tanti modi di toccare: si può afferrare, trattenere, disciplinare. Oppure accogliere, accompagnare. Offrire in dono una vicinanza discreta. Un messaggio che parte dalla superficie ma arriva nel profondo, e ci rimane: «Ho sentito una carezza sul viso arrivare fino al cuore», scrive Neruda.

È mano che si fa voce, e dice che un senso esiste, che si può avere fiducia. È gesto di cura, che fa crescere la sapienza del corpo ed insegna un linguaggio di tenerezza, compassione, pace. Per Leonardo Boff, «La carezza è una mano rivestita di pazienza, che tocca senza ferire e ci restituisce la nostra umanità perduta».

Un gesto che è anche rivoluzionario: «E bastava una inutile carezza / a capovolgere il mondo…», scriveva Alda Merini. Invece, «Un bambino che cresce senza una carezza indurisce la pelle, non sente niente, neanche le mazzate», ha scritto Erri De Luca. Le carezze non ricevute lasciano voragini che si cercherà di riempire male. «Quel che mi duole sono quelle cose belle che mai esisteranno… Quale sonno non mi ha lasciato dormire? Quale carezza non ha voluto parlarmi?», così Pessoa.

Ma se sappiamo ascoltare, c’è una carezza per tutti. Lo dice Papa Francesco nella Laudato si’: «Tutto l’universo materiale è un linguaggio dell’amore di Dio, del suo affetto smisurato per noi. Suolo, acqua, montagne, tutto è carezza di Dio».

Anche «La misericordia è una carezza», dice ancora il papa. E «Pregare ė ricevere la carezza di Dio, la carezza che ci tiene in vita». Una vita che non è sopravvivenza, ma libera e gioiosa pienezza. E così, scrive Alda Merini: «se mi appoggio / alla tua mano pura / mi si leva dentro l’alba / dentro si alza il cielo».

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