parole dell'umano

Etica

di Stefano Biancu

All’etica si guarda di solito con un certo disprezzo beffardo. La si considera controproducente, troppo umana, perché relativizza il denaro e il potere. La si avverte come una minaccia, poiché condanna la manipolazione e la degradazione della persona. In definitiva, l’etica rimanda a un Dio che attende una risposta impegnativa, che si pone al di fuori delle categorie del mercato. Per queste, se assolutizzate, Dio è incontrollabile, non manipolabile, persino pericoloso, in quanto chiama l’essere umano alla sua piena realizzazione e all’indipendenza da qualunque tipo di schiavitù. L’etica – un’etica non ideologizzata – consente di creare un equilibrio e un ordine sociale più umano.

Francesco, Evangelii Gaudium 57

Chi si occupa di etica sa bene quanto gli esperti della disciplina siano oggi sollecitati in mille modi a dare indicazioni, a offrire pareri, a scrivere carte e codici etici di ogni tipo. È il segno di uno spaesamento, di uno smarrimento. La domanda è sempre la stessa: “quale etica?” e suppone che ve ne sia più di una possibile.

In effetti, le cose non vanno più da sé. Per un verso i cambiamenti sono velocissimi su molti fronti e pongono problemi inediti: in molti campi la tecnica ci precede e ci costringe a inseguirla sul terreno dell’etica. Per un altro verso le nostre società non sono più culturalmente, religiosamente, eticamente omogenee: molti punti di riferimento e costumi comuni vengono dunque meno. Non ci è più possibile dire “si è sempre fatto così”.

Rispetto a questa varietà di problemi, si aprono due strade.

La prima è la più facile, ma vale come soluzione di breve periodo: si tratta di delegare in toto agli intellettuali (agli specialisti dell’etica) il compito di risolvere il problema, affinché elaborino carte etiche, codici deontologici, norme, che vadano bene per tutti e che ci consentano di darci oggi il meno fastidio possibile gli uni gli altri. Delegare completamente ai tecnici la questione dell’etica non è tuttavia una buona idea. Occorre anche altro: ed è qui che si apre la seconda via.

Essa è più complessa, ma sul lungo periodo è l’unica vincente: si tratta di partire dal basso e di decidere di costruire – in uno spazio comune – una durata comune, affinché emerga – nel tempo – un ethos comune e condiviso, il quale poi potrà diventare – anche con l’aiuto degli specialisti dell’etica – norma e regola. Papa Francesco direbbe: si tratta di scegliere di diventare popolo, di avere un destino comune. Si tratta di accordare priorità al tempo rispetto allo spazio: di avere il coraggio di iniziare processi che aprano a un destino comune. È il contrario rispetto alla preoccupazione di non darsi fastidio nello spazio: è la volontà di camminare insieme nel tempo. Questo occorre volerlo e dipende da noi, da ciascuno di noi: non c’è esperto, intellettuale, tecnico che possa sostituirsi a tale volontà di avere un destino comune, di essere e di diventare popolo. Senza questa convinta volontà, riusciremo al più a non darci fastidio nello spazio, ma non riusciremo mai a vivere bene, insieme, nel tempo.

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