parole dell'umano

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Famiglia

di Matteo Fabbri

Sentiamo spesso parlare dell’importanza di prendersi cura delle relazioni familiari ma affinché l’ideale diventi realtà, occorre che ognuno dei coniugi (e tutti i familiari: genitori, figli/e, nonni) imparino ogni giorno quella che con pregnante espressione il Papa ha chiamato la “sapienza degli affetti”. Occorre che, a partire dalla grazia ricevuta, ognuno sia capace di rimettersi in gioco nelle relazioni familiari, che ognuno si proponga di crescere “nelle” relazioni familiari e “dalle” relazioni familiari. Per questo non bastano né l’impegno individuale, né l’esercizio delle virtù personali, né la più fervente pratica devozionale: occorre apprendere la “grammatica” degli affetti. Pregare, impegnarsi, acquisire le virtù serve eccome: è condizione necessaria, ma non sufficiente perché il focolare sia luminoso e lieto e il clima familiare sia efficace nell’educare i figli.

L’amore (coniugale, paterno/materno-filiale) non è un effetto automatico dell’impegno di ciascuno, come la famiglia non è un semplice aggregato di individui. Non basta proporsi di voler più bene al coniuge o ai figli, ma occorre anche imparare a farlo, per esempio impegnandosi nell’arte della comprensione, dell’ascolto (e di un ascolto capace davvero di mettersi in discussione, ovvero di cambiare e arricchire il proprio modo di vedere le cose), della modifica dei propri tratti di carattere in modo da adattarli e renderli compatibili con le esigenze altrui, ecc. In una parola: occorre prendersi cura delle relazioni che costituiscono la famiglia come tale. Tra i coniugi, innanzitutto, e poi nei rapporti genitori/figli e nell’educazione.

San Josemaría diceva: «I genitori educano soprattutto con la loro condotta» (È Gesù che passa, n. 28). Non solo con la propria condotta individuale, cosa evidentemente necessaria, ma anche con la qualità della relazione tra marito e moglie. Si è a giusto titolo affermato, a introduzione dell’importante ricerca svolta in preparazione dell’Incontro Mondiale delle Famiglie del 2012: «La socializzazione dei figli non dipende solo dai singoli genitori ma, soprattutto, da come i due genitori vivono in pratica la loro relazione: il figlio osserva e decide il suo modo di vita in quanto si regola soprattutto sulla relazione fra i genitori, non solo e non tanto in base a quello che ciascuno di essi gli dice» (P. Donati, Introduzione al volume Famiglia risorsa della società, Il Mulino, Bologna 2012, p. 17).

Si noti che parlare della “socializzazione dei figli” non significa toccare astrusi temi sociologici; significa per esempio parlare di come un figlio, giunta l’età, imposta la propria vita affettiva. Credo allora che sia particolarmente importante apprendere (e insegnare con l’esempio e con la correzione opportuna) piccoli modi concreti e reali di prendersi cura delle relazioni familiari. Il Papa ancora una volta ci fornisce delle indicazioni estremamente pratiche, per esempio quando richiama le “tre parole” decisive per la vita della famiglia: “permesso, grazie, scusa”.

Sono modalità di cura delle relazioni. “Permesso”: significa riconoscere (non in teoria, ma nel vivere quotidiano) che ogni membro della famiglia, proprio per il fatto di essere in relazione con gli altri, non può pretendere di regolarsi autonomamente: la vita della famiglia non è regolazione di ciò che resta al di fuori dei tempi e degli spazi di autonomia di ognuno; al contrario è relazione di dono reciproco totalizzante, che abbraccia l’intera esistenza. Di conseguenza, è attraverso un dialogo profondo, vero e sincero tra i genitori che si decidono non solo i programmi familiari, ma anche i programmi personali; e questo è segno dello “spossessamento” della propria vita, di cui si è fatto dono al coniuge. “Grazie”: è il riconoscimento effettivo del dono ricevuto costantemente, quotidianamente, nella vita familiare (a cominciare dal dono della vita) “Scusa”: è la parola chiave perché il grande ideale di cui sopra si faccia strada attraverso i difetti e gli errori e i peccati che feriscono l’altro coniuge, i figli o i genitori (o i nonni, o i suoceri). È difficile correggersi: quante volte accade che i litigi degenerano perché se ne fa una questione “di chi ha ragione”, come se questo risolvesse il problema. Il punto non è arrivare a capire chi ha ragione, ma è il bisogno vitale di recuperare, ricostruire la relazione incrinata, come se si dicesse “non posso vivere (bene) senza di te e senza che tu sia contenta/o”, oppure “la mia vita sarebbe impossibile senza di te”. “Scusa”: parola da utilizzare più spesso e evitando che finisca la giornata senza rappacificarsi; è come dire: “la relazione con te è più importante del mio punto di vista”.

Venendosi incontro con affetto e comprensione, con disponibilità a modificare i propri programmi e i propri punti di vista, ci si rende idonei, come famiglia, a superare le difficoltà della vita. È come se il “sì” detto a suo tempo dagli sposi al cospetto di Dio, della Chiesa e della società intera, continuasse a sprigionare la sua energia, perché è un “sì” vicendevole, aperto e definitivo.

Con questa forza umana e soprannaturale, la famiglia diventa a sua volta un punto di luce. Non perché esista la famiglia “perfetta”, ma perché le famiglie (sempre) imperfette, quando vivono uno scambio di affetti e di dialogo e quindi di comprensione e di misericordia vicendevole, quando alla base c’è un affetto indiscusso, quando vivono (e non solo proclamano) una fede semplice e forte che permea lo stile di vita (sobrio ed elegante), quando al loro interno sanno superare le frizioni e i dissapori, brillano di una luce che attrae, una luce calda e non fredda o distante. La luce di un amore che non si limita ad un afflato soggettivo (che poi spesso tradisce egoismo) ma che è vera comunione di persone; la luce di un amore che sa offrire misericordia perché vive di misericordia (cfr. Evangelii gaudium, n. 24).


 

don Matteo Fabbri è vicario dell’Opus Dei per l’Italia.

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