parole dell'umano

Gioco

di Francesco Valerio Tommasi

Nella Summa Contra Gentiles Tommaso d’Aquino opera un accostamento sorprendente: paragona le attività contemplative e la preghiera al gioco. In entrambi i casi si tratta di azioni prive di finalità esteriore, ma che trovano in se stesse il proprio scopo. In epoca più recente, nell’articolata disamina di Homo ludens, Johan Huizinga ha mostrato come la dimensione ludica non sia propria solo dell’uomo, ma appartenga anche agli animali. Giocare sembra perciò contemporaneamente una attività quasi sovra-umana, paragonabile a quanto ci mette in contatto con il divino, ma anche un fattore pre-umano. Troppo e troppo poco, il gioco si colloca paradossalmente alla base e al culmine della struttura antropologica.

Tale paradosso ci aiuta a chiarire una certa schizofrenia con cui viviamo la nostra quotidiana esperienza dei giochi. Per un verso risultano estremamente attraenti; ma siamo anche portati a considerarli qualcosa di poco importante e anzi ce ne vergogniamo. Non è un caso che il gioco sia stato considerato come paradigma per analizzare proprio la schizofrenia e quindi esempio privilegiato di una analisi di Ecologia della mente. Ma già nel 1463, Nicola Cusano nel suo De ludo globi tentava di capire perché si è attratti dal “gioco della palla”, soffermandosi sulla fusione di abilità e caso. Si tratta di una metafora delle vicende del mondo, come peraltro sottolineato ancora nel Novecento da Eugen Fink in Spiel als Weltsymbol. “Nel mondo ma non del mondo”, il gioco ha ripetutamente attirato l’attenzione molto seria dei pensatori.

Potremmo allora tentare di accostare le attività ludiche a quanto Kant afferma della bellezza, rinvenendovi una “conformità ad uno scopo priva di scopo”: il gioco ha infatti un obiettivo, un goal, che però è del tutto circoscritto allo spazio e al tempo in cui abbiamo deciso di sottostare a quelle specifiche regole. C’è quindi la disciplina della legge, ma anche la libertà dell’interruzione delle seriose attività ordinarie, e l’inglese esprime efficacemente le due dimensione con i termini game e play. Nel gioco c’è un obiettivo, ma non è del tutto reale. Si instaura una dimensione fittizia, ma si è pienamente partecipi. Il gioco permette di distrarsi dalla quotidianità, tuttavia in modo coinvolgente: non come mera sospensione (non è sonno o nullafacenza), né instaurando una dimensione palesemente altra e quindi smaccatamente falsa.

Il gioco può perciò essere molto istruttivo, permettendo di affrontare le cose dalla giusta distanza: seriamente, ma non sul serio. Giocare è un utilissimo esercizio a ritornare come bambini. Ma se così è, tutto può e forse deve essere considerato un gioco. In questo modo, infatti, si è coinvolti, mantenendo però lo spazio per una dimensione di eccedenza, ossia per la consapevolezza che nessuna attività esaurisce il senso del tutto. Il cortocircuito immaturo di una dimensione patologicamente ludica, di un gioco che diviene alienante il-lusione, si verifica infatti non quando ogni sfera di realtà è considerata un gioco, ma proprio quando il gioco è una sfera confinata: si tende allora capricciosamente a volerla estendere ipertroficamente a tutto, perché mai bastevole. Se si compie il dovere giocando, non si vorrà sostituire il gioco al dovere; né il dovere diverrà una dimensione schiacciante.

Anche l’analogia sovente evidenziata dagli antropologi moderni tra gioco e ritualità si può così chiarire: il rito pretende di essere perfetta immagine della trascendenza; rappresentazione vera, ma pur sempre rappresentazione. Attività del tutto fine a se stessa – la liturgia, o la preghiera da cui abbiamo preso le mosse – che però è consapevole di avere la propria sorgente totalmente altrove.


Francesco Valerio Tommasi è Ricercatore presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma.

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