parole dell'umano

Linguaggio

di Benedetto Giuseppe Russo

Il linguaggio verbale, strumento comunicativo ed espressivo come ogni forma di linguaggio, nonché, in più, cognitivo, può esprimere una potenzialmente infinita gamma di significati (onnipotenza semantica) ed essere veicolato nelle forme scritta, parlata e “trasmessa”. Con quest’espressione, F. Sabatini (1982) definisce la lingua dei mass-media e dei mezzi elettronici di comunicazione. Da parte sua, la Chiesa invita a un linguaggio di verità e correttezza nell’uso dei mezzi d’informazione, la quale «deve rispondere a criteri di rettitudine, accuratezza, esattezza e fedeltà» (Communio et progressio, n. 34).

Manifestazione più immediata e, al tempo stesso, più raffinata e complessa della ragione, il linguaggio esprime ogni componente della natura umana, istinti e speculazioni, il concreto, l’ordinario e il metafisico, e l’espressione letteraria non è che il frutto di un lavoro sulla lingua orientato da ragioni estetiche, culturali, ideologiche, emotive. È vero, però, che risulta talora assai arduo dare espressione a stati interiori particolarmente complessi. Alle origini della lirica d’amore italiana, ad esempio, ricorre frequentemente il topos dell’ineffabilità: il poeta Giacomo da Lentini scrive che il suo amore per la donna non pò parire in detto e zo ch’eo dico è nente rispetto a quanto il cuore prova. Anche Dante, nella Commedia, è costretto a fare i conti con i limiti del linguaggio nel descrivere le realtà celesti, perché tra queste e l’esperienza umana corre un abisso che le parole non possono colmare, potendo spesso solo ammettere l’indicibilità del divino. Sulla stessa linea si pongono i mistici di tutti i tempi.

Eppure il linguaggio rimane una risorsa preziosa, che offre infinite possibilità d’intervento sulla realtà. Dio stesso crea “dicendo” e il suo rapporto con l’uomo è mediato dal linguaggio della Rivelazione. I testi sacri testimoniano la ricchezza di sfumature del linguaggio umano: i loro toni spaziano, infatti, dall’allegorico allo storico-cronachistico, sapienziale, sentenzioso, oracolare e profetico, passando per i salmi. Nei Vangeli predomina un dettato semplice e lineare, con similitudini esplicative e riferimenti alla vita quotidiana.

Sin dalle origini, gli autori cristiani si posero il problema di diffondere il verbo di Dio in forme accessibili agli umili e agli incolti («Meglio che ci rimproverino i grammatici piuttosto che non ci capisca la gente», scriveva Sant’Agostino), contribuendo decisamente alla semplificazione del latino classico in direzione di un lessico e uno stile più vicini al latino popolare. Essi ebbero, pertanto, assai chiara la funzione primaria del linguaggio, la comunicatività, e le autorità ecclesiastiche hanno sempre mostrato particolare attenzione alle esigenze di chiarezza ed efficacia del messaggio con cui rivolgersi ai fedeli, attraverso il genere omiletico, il linguaggio visivo (affreschi, mosaici, sculture) e, in età moderna, la produzione di testi catechetici ed edificanti per il popolo umile. A proposito delle omelie, ricordiamo soltanto due momenti: il Concilio di Tours (813) con cui si stabilisce che la predicazione avvenga non più in latino, ma nelle lingue del popolo (romanza e germanica), per evidenti ragioni di comprensibilità, e il recentissimo invito di papa Francesco ai sacerdoti a tenere omelie brevi e chiare, perché siano efficaci.

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