ragioni dell'umano

Copia di Paolo VI e Journet a Ginevra

Maritain ha qualcosa da dire al Convegno di Firenze

di Piero Viotto

Se leggiamo con attenzione la “Traccia” proposta per il convegno di Firenze ci accorgiamo che nelle quattro piste di riflessione proposte (un umanesimo in ascolto, un umanesimo concreto, un umanesimo plurale e integrale, un umanesimo di interiorità e trascendente) si può rilevare che l’umanesimo che si va delineando è quell’umanesimo integrale che distingue senza separare – anzi connettendo – anima e corpo, la ragione e la fede, lo Stato e la Chiesa la testimonianza della verità e il rispetto della libertà di coscienza, il primato dello spirituale, e l’autonomia del temporale. Jacques Maritain aveva indicato queste prospettive nel famoso libro Umanesimo integrale (1936) che ha rischiato per la incomprensione di alcuni gruppi conservatori di essere posto all’Indice, ma che G. B. Montini, allora Arcivescovo di Milano ha difeso. Il teologo Charles Journet sviluppa queste riflessioni, parallelamente, a livello teologico, nel trattato La Chiesa del Verbo Incarnato (1955) che Paolo VI, come mi disse il suo segretario personale, mons Pasquale Macchi, teneva sul tavolo di studio. Il Concilio Vaticano II ha fatte sue queste prospettive – che sono nella linea della tradizione a partire da sant’Agostino e san Tommaso – in particolare nella costituzione Gaudium et spes e nel dichiarazione Dignitatis humanae,   ma nella crisi postconciliare talvolta sono state stravolte, basti pensare al “catechismo olandese”. Maritain è tornato a ribadirle con il libro, provocatorio e profetico, Il contadino della Garonna (1966), chiamando i falsi progressisti “montoni di Panurgo”, perché seguono le opinioni alla moda e non cercano la verità e i conservatori reazionari, “ruminanti della Santa Alleanza”; perché, nostalgici dello “Stato cattolico”, non riconoscono la laicità dello Stato. Poiché viviamo nella storia, e poiché la verità, una volta scoperta, è sempre universalmente valida, al si là di ogni progressismo e conservatorismo, provo a cercare nei suoi scritti, che vado esplorando dal 1947, al tempo della mia laurea, quali riflessioni Maritain suggerirebbe ai partecipanti al convegno.

Un umanesimo in ascolto

Per essere in dialogo con gli altri non bisogna pretendere di avere l’esclusiva della verità, e bisogna cercare la verità ovunque essa si trovi. Non si tratta di rinunciare alla propria identità ma di riconoscere le ragioni altrui, di distinguere con Giovanni XXIII tra l’errore nella sua oggettività e l’errante nella sua soggettività. Maritain sottolinea che ”Il vero universalismo presuppone il senso della verità e le certezze della fede: è l’universalismo dell’amore, che mette in moto queste medesime certezze della fede e tutte le risorse dell’intelligenza per far meglio comprendere gli altri e rendere loro giustizia. Non è sovradogmatico, è sovrasoggettivo”. Per mettersi in dialogo non bisogna essere autoreferenziali e nel medesimo tempo occorre insieme testimoniare la verità, che si conosce ed in cui crede, e rispettare la libertà di coscienza anche negli altri, amandoli per quello che sono. È la “civiltà dell’amore” di cui parla Paolo VI.

Un umanesimo concreto

Non basta proporsi delle mete ideali, occorre anche progettare i mezzi per raggiungerle. Maritain studia a fondo il rapporto tra i mezzi e i fini; precisa che c’è una gerarchia dei mezzi da usare: ci sono i mezzi temporali ricchi, che mirano direttamente al successo, riguardano il temporale e sono legittimi, ma difficilmente animabili dallo spirituale; e ci sono mezzi temporali poveri, come la saggezza, la preghiera, la contemplazione, scarsamente visibili, ma più efficaci, perché propri della vita dello spirito. Non bisogna disprezzare i mezzi ricchi, che “fanno parte della stoffa naturale umana. La religione deve consentire al loro aiuto. Ma per la salvezza del mondo è necessario che la gerarchia dei mezzi sia salvaguardata”. Maritain cita Péguy “La rivolu­zione sociale sarà morale o non sarà”e precisa per attuarla occor­rono mezzi spirituali, perché è necessario convincere gli uomini a vivere virtuosamente. I1 profano si contrappone al sacro solo per una diversa specificazione del­la medesima santità. Di qui la necessità di promuovere movimenti politici di ispirazione cristiana, ma distinguendo la Chiesa che è per sua natura è nel mondo ma non del mondo e le diverse cristianità che sono opere profane, opere del mondo animate cristianamente.

Un umanesimo plurale e integrale

L’integralità consiste nel raccordare le cose del cielo e le cose della terra, ad incominciare dall’anima e dal corpo fino al rapporto, in ciascuno e nella società, tra la natura e soprannatura, distinguendo tra i fini che riguardano il tempo e i fini che riguardano l’eternità. Bisogna evitare il dualismo tra morale e politica che si è introdotto nella cultura e nel costume . Maritain auspica la fine del machiavellismo e scrive “Conservare la conoscenza che Machiavelli ci offre della condotta effettiva della maggior parte dei prìncipi e sapere nello stesso tempo che è una cattiva politica, significa liberare la nostra coscienza”. Non si tratta di riconoscere la laicità dello Stato, senza separare l’ordine politico dall’ordine ecclesiale e senza utilizzare la politica a fini ecclesiali. A questo riguardo Maritain distinguendo i diversi mezzi di azione del cristiano nel mondo, non li separa dal fine ultimo, ma parla di ”fini intermedi”. Una società democratica è per sua natura pluralistica, perché in essa convivono persone e gruppi con convinzioni ideologiche diverse, ma che possono concordare punti pratici comuni, che ciascuno motiva teoreticamente secondo le sue convinzioni. Il pluralismo non è una filosofia, quasi che tutte le opinioni potessero essere vere, sarebbe relativismo, il pluralismo è solo una metodologia di vita politica.

Un umanesimo di interiorità e trascendente

Questo è un tema squisitamente agostiniano, Infatti sant’Agostino riassume tutta la sua riflessione in questa esclamazione “che io conosca me e che io conosca Te”, perché si trova la verità nell’interiorità della coscienza, ma questa verità trascende la coscienza. È questo uno snodo fondamentale che Maritain ha approfondito rilevando che, in tutti gli uomini di buona volontà, tra l’io e Dio c’è una consonanza profonda, perché chi fa il bene perché è bene, non perché gli conviene, anche se non conosce Dio, già riconosce un Legislature e Giudice della sua coscienza. Ma c’è una seconda implicanza. Questo riconoscimento pratico dell’Assoluto, è il presupposto su cui può innestarsi la fede, perché la rivelazione è fatta ad un uomo ragionevole. Non crede per credere, ma perché si hanno buone ragioni per credere. La catechesi non può limitarsi alla narrazione degli eventi della redenzione attraverso le Sacre Scritture, ma deve coinvolgere la coscienza. Una educazione alla fede sganciata dalla ragione, non solo sarebbe fideismo, ma potrebbe scadere a forme di integralismo

Concludo con alcune righe di un appunto di Charles Journet rintracciate in un testo manoscritto all’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede, probabilmente scritte per una lettera a Pio XII intorno agli anni 1945, ma riflessioni che sono sempre attuali : “Necessità di presentare la Chiesa come un punto di convergenza verso il quale, segretamente, si orienta tutto ciò che vi è di autentico non solo nelle anime, ma anche nelle grandi famiglie religiose del globo […] Necessità di occuparsi dell’Islam. Il movimento panislamico rappresenta una forza di conquista mondiale formidabile […] Bisognerebbe presentare con insistenza la Chiesa come garanzia dei valori umani, non solamente in quanto questi valori sono patrimonio dei cattolici, ma, altrettanto, perché appartengono a tutti gli uomini.”

Piero Viotto
Professore emerito di Pedagogia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

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