parole dell'umano

Maternità

di Chiara Giaccardi

Si vanno moltiplicando i libri, i film, gli articoli sul tema della madre. Tra questi, anche un intervento recente di Massimo Recalcati sulla trasformazione della ‘madre coccodrillo’ di cui parlava Lacan – che ingoia il figlio senza mai veramente farlo nascere (senza ‘departorirlo’, direbbe un’altra psicanalista, Catherine Ternink) – in madre-narciso, che vede il figlio come un ostacolo, da superare al più presto, alla propria autorealizzazione. Molte le polemiche da parte di chi, forzando, ha letto in queste parole una nostalgia per il modello materno tradizionale della madrecasalinga dedicata e oblata, non senza irritazione per il disconoscimento delle conquiste e delle fatiche di una conciliazione che in tantissimi casi, pur tra mille difficoltà, regge. Ma davvero siamo al bivio tra madre che uccide la donna (posizione tradizionale) e donna che uccide la madre (posizione narcisistica)?

Intorno alla questione è fiorito un vivace dibattito in rete, a sostegno del superamento di dualismi che paiono ormai anacronistici: si può essere madri senza essere ‘solo’ madri, e senza per questo passare nel bestiario dei mostri egocentrici.

Al di là delle polemiche, credo che stia emergendo un punto giusto, ma che abbiamo finalmente l’occasione di riconoscere dell’altro. Il punto giusto è il narcisismo imperante, pacchiano, che ci circonda: l’antropologia del ‘tutto in torno a te’, il mito del farsi da sé e non aver bisogno di nessuno, l’idolo di un corpo oggetto di cure sacrali e sempre più ridicolo. Persino l’ipotesi di una child free society, una società priva di bambini, come l’ennesimo kit per la liberazione di sé, offerto a buon mercato. E, insieme, un farsi da sé che continua a sognare di poter ‘produrre’ la vita, prescindendo dal legame, dalle differenze, da quell’alleanza tra uomo e donna che papa Francesco ha richiamato ieri come il luogo che custodisce e valorizza la pienezza dell’umano.
La cultura del narcisismo non riguarda perciò solo le madri bensì potenzialmente tutti: i padri, i nonni, i nipoti, i politici.

Nemmeno la Chiesa ne è immune, come Benedetto prima e Francesco ora non mancano di denunciare. È il mainstream della contemporaneità globalizzata, segnata da un individualismo esasperato che vede nel legame (e dunque nell’altro) solo uno strumento per la propria realizzazione o un ostacolo che la minaccia. L’altro va bene come specchio che mi restituisce la mia immagine e l’effetto che fa, il mio potere. Se non svolge il compito mi disconnetto, o lo allontano. O
lo sopprimo. La radice del problema è un’antropologia astratta che vede nell’individuo (che significa ‘indiviso’, e non ‘separato’) il prius e anche il fine della vita sociale. Che resta così immiserita nel gioco di individualità che si usano o si guardano con sospetto, trovando occasionali momenti di ricomposizione fusionale.

E qui ci viene in aiuto il codice materno, per una antropologia alternativa, intrinsecamente duale e relazionale: ripartire dal femminile – da Eva, e soprattutto dalla ‘nuova Eva’, Maria, e dalla via che ha dischiuso a ciascuna di noi – per trovare un antidoto, positivo e non difensivo, alle derive disumanizzanti del nostro tempo. Non un modello: moralistico, paternalistico, migliore o peggiore di altri, comunque equivalente, una pura questione di scelta. Non un ideale. Non qualcosa che ci sta davanti come un (minaccioso, per qualcuno) dover-essere, ma qualcosa che sta alle nostre spalle, come l’inizio indiscutibile della biografia di ciascuno. Un archetipo. Qualcosa che ci precede e ci consente di essere qui, grati. Radice di una memoria, corporea prima di tutto. E universale. Né astratta, né ideologica. Di tutti, maschi e femmine. Qualcosa che ci ricorda che noi non siamo ‘individui’ che poi cercano goffamente di costruire relazioni, ma esseri relazionali fin dal principio. Noi siamo relazione, e solo dopo, e grazie a questo, individui.

Tutti noi siamo nati da una madre. Per tutti il primo suono è stato il battito del suo cuore, e il primo rapporto col mondo filtrato dal suo liquido amniotico. Nessuno di noi sarebbe qui senza essere passato da quella relazione. Questa non è ideologia! Ideologico è volerla disconoscere. Noi siamo fin dall’inizio esseri relazionali. Che vivono perché hanno ricevuto la vita da altri. Che non si sono fatti da soli.

Concepiti grazie a una differenza, tra maschio e femmina. Nati grazie a una relazione, all’ospitalità di un grembo. Se conserviamo questa memoria, che – ripeto – è un ‘universale antropologico’ e non un dover essere ideologico potremo essere capaci di relazione. Accoglienti, sapendo che siamo stati accolti. Empatici, perché sappiamo che non siamo il centro del mondo, e che guardandoci l’ombelico non vediamo noi stessi, ma il legame che ci ha consentito di essere qui.

Con questa memoria grata possiamo essere persone che generano vita anche senza mettere al mondo figli, nei tanti modi diversi che la nostra libertà e la nostra responsabilità sapranno trovare.

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