parole dell'umano

Pace

di Chiara Giaccardi

L’utero che partorisce la guerra è sempre gravido, diceva Brecht.

Ma il proliferare della guerra, di tutte le guerre – da quelle combattute con le armi a quelle non meno mortali fatte con le parole – non si può fermare con un’altra guerra. Eppure, ‘Siamo in guerra!’, ripetono a proposito dello ‘scontro di civiltà’, con insistenza crescente, intellettuali e giornalisti dal largo seguito.

Imporre la pace o almeno la giustizia, con la guerra è un controsenso che ha del grottesco, anche se troppo spesso noi pensiamo e ci raccontiamo che non si può fare diversamente, che è il ‘male minore’. È scritto anche nel Siracide (20,4): ‘chi vuole imporre la giustizia con la violenza è come un impotente che vuole violentare una ragazza’.

A dar retta ai media, si direbbe oggi che la schiera degli ‘impotenti’ sia piuttosto nutrita!

Così come anche quella degli ipocriti, di coloro che “Parlano di pace al loro prossimo, ma hanno la malizia nel cuore” (Sal 27, 3).

La via diversa ce l’ha indicata Gesù. Non una pace a buon mercato, beninteso. Piuttosto, parafrasando Bonhoeffer, una ‘pace a caro prezzo’. Al prezzo della sua stessa vita.

Con la sua esistenza quotidiana sulle strade della Galilea ci ha mostrato che la provocazione non va raccolta, ma smontata alla radice, rifiutando la posizione precostituita che l’interlocutore, come una trappola, ha preparato. Per poi finirci dentro a sua volta. Come quando Gesù chiede che sia chi è senza peccato a scagliare la prima pietra contro l’adultera, che pure ha certamente sbagliato. Mai Gesù ha giustificato la violenza: piuttosto, ha riattaccato l’orecchio al centurione, ha esortato ad amare i nemici, ha invitato a porgere l’altra guancia. A mostrare l’altra faccia, meno scontata, delle cose.

Ma è con la sua morte, che ha assorbito su di sé tutta la violenza possibile per interrompere la catena mortifera del male, che Gesù ha fatto veramente nascere la pace. I pali di quella croce di legno, che uniscono cielo e terra e tutti gli uomini in un unico abbraccio, sono le ‘tavole gestatorie’ di una sofferenza che è travaglio di una umanità nuova, salvata dall’amore.

Pace è parola dalla radice sanscrita, che indica legare, unire, saldare. Non è assenza di ostilità, né pura quiete, ma unità viva, vita piena, salvezza. La pace è il frutto dell’alleanza. E non è mai una condizione individuale (come quando diciamo a qualcuno di ‘lasciarci in pace’ per non essere disturbati) ma un bene comune, del quale partecipare e di cui sentirsi responsabili.

È all’incrocio di quei due legni, orizzontale e verticale, della croce che si compie per noi la profezia annunciata, tra gli altri testi dell’antico testamento, dal Sal 84,11: “Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno”.

da Messaggero di sant’Antonio, marzo 2015

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