parole dell'umano

Tenerezza

di Flavia Marcacci

La tenerezza può essere concepita come un sentimento, che permette di guardare liberamente a se stessi in ciò che è bello e in ciò che è limitato. La tenerezza permette di incontrare l’altro nelle sue ricchezze e nelle sue spigolature, nelle sue bellezze e nelle sue piaghe, per costruire una relazione pienamente umana. Potremmo dire che la tenerezza è anche un atteggiamento, affine a quello che San Tommaso d’Aquino chiamava habitus. L’habitus non è un’azione ripetitiva, ma è una modalità creativa e sempre nuova di vivere una virtù e renderla piena. La tenerezza è l’habitus più proprio dell’amore, non è un fatto morale ma qualcosa che modella l’immediatezza delle azioni perché le dispone ad un amore ordinato fino a rendere questo amore divino: ma serve un continuo esercizio e apprendimento.

Il Signore vive la relazione con il suo popolo in una forte partecipazione affettiva che sgorga dalle sue “viscere di tenerezza” (cf. 1Re 3,26; Is. 54,7; ebr. rahamim, rehem): questo amore misericordioso di Dio verso le creature deve divenire tenerezza nei credenti, accomunati dalla loro umanità per la quale nessuno vale più di un altro. Non c’è misericordia cristiana se non viene espressa nella dimensione della tenerezza, che dimostra quanto il cuore abbia davvero assaporato la misericordia del Padre. La tenerezza è la controprova dell’amore. Che amore sarebbe quello verso il povero, verso il sofferente, verso il fratello, verso i parenti, verso il coniuge, verso i figli se non ci fosse la tenerezza? Sarebbe una ipocrita e superba pietà. Anche l’amore più sincero, infatti, può diventare un amore che l’altro non capisce e può persino interpretare come chiusura assoluta.

La tenerezza non è una sorta di “tenerume” buonista, incapace di scegliere il bene e scartare il male. La tenerezza non è l’atteggiamento di chi si lascia sconfiggere e vive da sconfitto; al contrario, è l’atteggiamento cristiano per eccellenza, quello di chi sa bene cosa significa combattere il male, dentro e fuori di sé, ma su questo male lascia trionfare sempre Cristo. La tenerezza è l’atteggiamento del combattente consapevole che combattere è molto duro, ma che resta sereno e capace di comunicare serenità perché in Cristo la battaglia è già vinta.

Non si deve però pensare a questa dimensione come meramente relazionale: il fine della tenerezza non è la “riuscita” del nostro rapporto con l’altro, chiunque esso sia. Il fine della tenerezza è la pienezza del rapporto con Dio, con noi stessi e con l’altro realizzata “secondo la misura di Dio”. Non sulla misura di noi stessi e delle nostre idee. Questa pienezza pretende però che le relazioni cristiane continuamente camminino nella prospettiva della verità, evitando di accontentarsi e diluirsi in un buon consorzio umano. È infatti Dio baricentro e punto-limite di ogni sistema relazionale costruito sulla tenerezza.

Fonte: Flavia Marcacci, Tenerezza nella verità per un pensiero umile, in Italia francescana 88 (2013), p. 20-23.


Flavia Marcacci svolge attività didattica presso la Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense, l’Università degli Studi di Perugia, l’Università degli Studi di Urbino e l’Istituto Teologico di Assisi. È editorial member e collaboratrice di varie riviste internazionale, tra cui Isis, Archive pour l’histoire des sciences, AHS-Advances in Historical Studies.

1 Commento a “Tenerezza”

  1. Silvana
    il

    La tenerezza nasce dall’amore materno ed è un sentimento vero, che apre tutti l’uno all’altro. Teneri, come siamo tutti nella nostra fragilità, è essere come Lui ci ha insegnato. La correzione fraterna nella tenerezza ha dei risultati indiscibilmente forti e veri.

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